ARALDICA SIMONETTI

GIORNALE- ARALDICO-GENEALOGICO-DIPLOMATICO
Pubblicato per cura
DELL' ACCADEMIA ARALDICA ITALIANA
diretto
DAL CAV. G. B. DI CROLLALANZA
Anno 1876-1877
TOMO QUARTO

Pisa 1877

PRESSO LA DIREZIONE DEL GIORNALE ARALDICO
Via Fibonacci N.6

   

Nota: ho volutamente lasciato cosi' come e' stato scritto l'antico testo di questo trattato. In modo tale da poter osservare la punteggiatura e le sfumature dell'epoca. Se vi fossero errori, sono dovuti alla trascrizione.

                                                S.S.

GENEALOGIA

A R A L D I C A


La famiglia SIMONETTI di Osimo

L'antichissima e nobilissima famiglia Simonetti originaria della citta' di Jesi, della quale per lungo tempo ebbe il dominio, vissuta oltre a due secoli in Cingoli prima che venisse a stabilirsi in Osimo,dove ebbe sempre fra le prime famiglie i primi onori di nobilta', e' senza meno fra le piu' ragguardevolidella Marca Anconitana. Di essa fecero ampla ed onorata menzione il Cardinal Baronio in piu' luoghi de suoi annali, Ludovico Antonio Muratori (Rerum Italic.Scriptores Vol. 18,21,23 ed altri),l'Abate Eugenio Gamurrini nella sua storia Genealogica delle Famiglie illustri di Toscana ed Umbria, i Ferretti e il Saraceni nelle loro storie di Ancona, i due Baldassini e Pietro Gritio nelle storie di Jesi, l'Abate Gio. Francesco Lancellotti nelle sue erudissime lettere al Conte Aurelio Guarnieri lo Scampoli nel suo discorso apologetico, in difesa della milizia Ecclesiastica, Lez. V pag.175, il Jacobilli nella sua biblioteca d'Umbria, il Fontana nelle sua relazione della Provincia della Marca, il Marchese di Forli' nella sua Galleria dell'onore, il Cancellieri nella sua pratica divota della religione Silvestrina, il Perimezzi nella vita del P. Torres, e molti e molti altri la celebrarono nei loro scritti ; senza contare i pubblici documenti della citta di jesi e di Ancona, Grazie e Privilegi di principi, Brevi e Bolle di Pontefici che la resero meritatamente illustre.

I SIMONETTI a Jesi

Il Cardinale Baronio ed il Gamurrini furono d'avviso che i nostri Simonetti fin dal tempo del Barbarossa fossero stati investiti del Vicariato di Jesi ; e il nominato Abb. Lancelotti lascio' scritto che essi discendessero dagli antichi Conti imperiali esistenti nel IX e nel X secolo come i Cima di Cingoli,i Trinci di Fuligno ed altri.
     Noi ammettendo di assai buon grado un piu' remoto principio di questa famiglia, e rispettando le opinioni di questi sommi scrittori ai quali lasciamo la responsabilita' di quelle loro asserzioni, unicamente appoggiati all'autorita' di autentici ed indiscutibili documenti che si conservano nel domestico archivio della Famiglia, ci limiteremo ad affermare che il Capostipite di questa fu Capthio figlio di Stephio o Stefano che, uno dei principali Signori di jesi, fu presente all'atto di dedizione che a quella citta' fece di se' e dei suoi Castelli il Conte Trasmondo.
     Ne' senza ragione il Gamurrini, fa vivere questo Capthio in Jesi nel 1140, (Da un Breve agli Osimani. Datum Tibure 10 Kal. Augusti Pontificatus nostri anno I. riportato per intero dal martorelli nelle sue Memorie Ilistoriche dell'antichissima e nobile citta' di Osimo a pagina 131 e seg.) essendoche', come egli rilevo',da un atto pubblico del 5 maggio 1201, che ebbe dall'archivio priorale di Jesi, un Raniero di Capthio era un consigliere di quella illustre citta', e piu' tardi, il 12 luglio 1216, veniva eletto Potesta' di Jesi, carica a quei tempi ragguardevolissima, alla quale, surrogata a quella degli antichi consoli, non eleggevansi, come si ha dagli storici, che personaggi per sangue antico, scienza e valore commendevolissimi.
     Quattro furono i figli di questo Raniero,
     Simonetto, Capthio giuniore, Gualtiero e Bartolo.
     Simonetto dal quale prese il cognome la famiglia, continuo' la sua discendenza in Jesi ove si tenne sempre all'esercizio delle prime cariche e pubblici uffici, mentre Capthio, Gualtiero e Bartolo acquistato il castello di Castriccione e sue dipendenze su quel di Cingoli, si ridussero cola', dove Bartolo vesti' l'abito della Religione Silvestrina; nella quale vissuto molti anni Generale dell'Ordine mori' in Viterbo nel Monastero di S.Pietro il 3 agosto 1208 pieno di meriti e di virtu' per le quali merito' l'onore degli Altari, e nel detto giorno si celebra dalla chiesa ogni anno la festa.
     Simonetto intanto, salito in bella fama, veniva eletto dai Cingolani Podesta' di Cerlongo, la quale Podestatura fece esercitare col titolo di suo vicario da un tal Grimaldodi Andrea. Piu' tardi gli Esini lo spedirono ambasciatore della citta' al Rettore della Marca.
     Da lui vennero Rinaldo, Mercenario, Guglielmo, Angelo, Filippo, Muzzolo ed Oddone.
     Questi due ultimi furono Signori di Donazzano, e da essi usci' la famiglia di Fano da gran tempo estinta.
     Verso l'anno 1282 i cittadini di Jesi, stanchi delle angherie e mal governo di Nicoluccio, Uguccinello, e Filippuccio di Baligano, che violentemente avevano occupato la Terra, s'erano sollevati contro di essi a rumore, e cacciatili di citta', ne avevano affidato la capitania e il dominio a Rinaldo, Mercenario e Guglielmo, i quali per verita' non smentirono la fiducia che i cittadini avevano in essi riposta.
     Se non che, salito appena sulla cattedra di S. Pietro il Papa Onorio IV il 12 aprile 1286, il rettore della Marca, Giuffredo da Anagni, che molto a malincuore vedeva crescere in autorita' e potenza i Simonetti, che gia' sapeva Signori del Castello di Castriccione, di quello del Sasso presso Serrasanquirico, di quello di S. Maria oggi S. Marianuova, e di altre terre, e castella, aveva scritto a quel Pontefice contro l'operato degli Esini ponendogli in assai mala vista i Simonetti, istigato a cio' senza meno dai Baligani e loro seguaci che avean dichiarato aperta guerra ai nuovi Domicelli della citta' e a loro aderenti.
     Il Papa, a togliere ogni contesa fra le due fazioni, spediva da Roma il nobile Niccolo' Boccamati a Governatore e Podesta' di Jesi. I cittadini, o perche' credessero quella determinazione del Papa contraria alla liberta' ed ai privilegi del Comune, o perche' sospettassero che il Boccamani inclinasse a favorire i Baligani allora spacciati fautori del Ghibellinismo, mandarono ambascerie sopra ambascerie al Pontefice, perche' volesse tener per buono il loro operato.
     Ne' i Simonetti si tennero colle mani alla cintola; mandarono essi pure messaggi e preghiere. Tutto riuscendo vano, ne' il Pontefice rimuovendosi dal suo risoluto proposito, ricorsero alla forza delle armi, e violentemente obbligarono il Boccamati a retrocedere colla sua gente. Messa quindi a rumore la citta' contro la fazione Ghibellina, ed armati i loro aderenti e vassalli, predando ed uccidendo occuparono il castello di Collemontano e quello delle Ripe presso Santa Maria Nuova, perche' il Podesta' inviato dal Pontefice non trovasse in quei luoghi ricetto di sorta (Da un Breve agli Osimani. Datum Tibure 10 Kal. Augusti Pontificatus nostri anno I. riportato per intero dal Martorelli nelle sue memorie Ilistoriche dell'antichissima e nobile citta' di Osimo a pagina 131 e seg.).
     Facevano poi intendere al Pontefice avere essi assunto la capitania e il governo della citta' ad istanza della nobilta' e del popolo, e a solo scopo di tenere lontani i Baligani ed i Ghibellini; esser pronti a rassegnare capitania e governo, purche' si provvedesse alla quiete ed al buono stato della patria.
     Disgombrate dalla mente del Pontefice le sinistre impressioni cagionate dalla relazione di Giuffredo, i Simonetti non tardarono di entrare bene addentro nelle sue grazie e ad essere reintegrati nelle pubbliche cariche e nelle prime magistrature della citta'.
     La quale meditando piu' tardi (1294) di recuperare al suo stato la grossa terra dello Staffolo, stata gia' altra volta alla sua giurisdizione soggetta, si valse dell'opera di Rinaldo il quale, riuscita assai felicemente l'impresa con il concorso di altri tre distinti cittadini, ebbe onorevol mandato di esigere in quell'anno istesso da quella Terra il giuramento, e di governarla, a nome della citta' a mezzo di un Vicario da lui nominato.
     Fu per questa prova di affettuosa onoranza de' suoi concittadini e per sempre nuove grazie e privilegi impartiti alla famiglia Simonetti dalla Santa Sede, che Rinaldo nel 1298 giuro' fedelta' alla Chiesa con altri Conti e Feudatari, in mano del Nobile Sig. David di Ferentino, Vicario Generale di Pietro Gaetani nipote di Papa Bonifacio VIII (Da una lettera autografa del Lancellotti al Conte Aurelio Guarnieri).
     Si dice di lui che nel 1301 un Leonardo Vescovo di Jesi venendo insultato e molestato da suoi Vassalli del Poggio, di S. Marcello e del Monte di Arcarotta, sui quali esercitava temporale giurisdizione, egli lo liberasse di persona dalle mani di quei forsennati; pel qual fatto il Vescovo, contratta seco lui affettuosa amicizia, pote' stabilire fra i Simonetti e i Baligani una pace che con grande beneficio della pubblica quiete, fu firmata da 75 cittadini il 27 Giugno del 1302.
     Quella pace pero' fu di assai poco breve durata. Verso l'anno 1306 Pandolfo e Ferrantino Malatesta, occupate a forza di armi le citta' di Pesaro, Sinigaglia, Fano e Fossombrone, stimolarono ad occupare la citta' di Jesi Tano di Baligano che in qualita' di Capitano era a que' di' ai loro stipendi. Tano, prese seco alcune genti d'arme dei Malatesta ed ajutato da Vannolo Signore di Mondavio e potente Cittadino Sinigagliese, con lui ed altri fuorusciti e banditi Ghibellini, corse nottetempo la citta' che mise tutta a rumore e scompiglio.
     Non pote' pero' impadronirsene come avea tentato; che i Simonetti venutigli sopra coi loro aderenti, lo cacciarono strenuosamente fuor della Terra. Ne' cio' fu tutto. La citta', assembrato in fretta e furia poderoso esercito, lo uni' alle genti del Pontefice, il quale coll'ajuto degli Esini, che spesero allora cinquanta mila libbre d'oro, come assicura Girolamo Baldassini nella sua storia di Jesi a pag. 90, per assoldare diecimila fanti e settecento cavalli, ricupero' le citta' occupate dai Malatesta. Che i Simonetti avessero resi grandi e significanti servigi alla Chiesa in quella circostanza, lo prova il fatto, che la citta' essendo stata donata di ricche terre e castella dal Pontefice, Filippo Simonetti, che' Rinaldo e Mercenario eran gia' morti, fu nominato Vicario della citta' per la Santa Sede.
     Alla famiglia Simonetti rimasero del prode Rinaldo
     Lomo, Boorte e Guglielmo.
     Dopo alcun tempo di quiete che la citta' di Jesi avea goduto sotto il governo e vicariato dei Simonetti, gli animi dei Cittadini furono divisi, e le guelfe e le ghibelline passioni rinfocolarono nuovamente. Tano Baligani, uomo com' era di natura sua vario ed incostante, deciso ad ogni costo di riavere la sua terra di Monte Marciano confiscata dal Papa con altri suoi beni, e donata alla citta', profittando delle deplorevoli turbolenze delle quali era pressoche' tutta intera agitata la Marca, si die' a mostrarsi caldo favoreggiatore de' Guelfi; e venuto con tal mezzo in stretta amicizia col Rettore, seppe confine arti persuadere e Rettore e Pontefice che i Simonetti incerti sempre fra le due fazioni di Guelfi e di Ghibellini mal sostenessero le parti della Chiesa, ne' reggere sapessero il governo della citta' con soddisfazione dei cittadini. Fu dunque dichiarato Capitano dei Guelfi nella Marca, e come tale spedito alla volta di Jesi, ove entrato con grossa masnada, prese le piu' aspre vendette contro quanti gli erano stati nemici; e cacciati di citta' i Simonetti, e posti a fiamme e ruba i loro beni, si dichiaro' egli di per se' Signore di Jesi. Cio' succedeva verso l'anno 1325 .
     Lomo, Boorte e Guglielmo si ricoverarono colle loro famiglie nella grossa e fortificata terra di Santa Maria (l'attuale Santa Maria Nuova) dalla quale Lomo qual primogenito di Rinaldo chiamossi sempre Lomo di Santa Maria. Filippo e un suo nipote a nome Minetto, del quale parleremo piu' innanzi, si ricoverarono nel contado di Sinigaglia ove possedevano feudi e castelli ceduti in gran parte fin dall'anno 1308 per rilevante somma dalla nobil famiglia Uffreducci di Fano come risulta da una particola di antico istrumento che si conserva qui in Osimo nell'archivio domestico della famiglia.
     I Simonetti costretti nel loro castello di Santa Maria a tenersi sempre in armi per difendersi dalla gente di Tano pronta ogni di' a menare contro di essi le mani e a devastare le loro terre, si diedero anima e corpo ai Clavelli di Fabriano e ai Guzzolini di Osimo arditi caporioni del Ghibellinismo nella Marca. Lomo indefesso di animo, e cupidissimo di vendicare l'onta dell'esiglio al quale era stata condannata la sua famiglia, reputando a vile il tenersi dentro le mura del suo castello, lasciativi a guardia con alcuni vassalli i nipoti Manente e Mercenario secondo, questi figlio a Boorte quegli a Guglielmo, si mise coi suoi fratelli e con forte e numerosa masnada alla campagna, molestando qua' e la' per piu' tempo le bande guelfe capitanate da Tano, col quale scontratosi verso l'ora di Vespro del 18 giugno 1326 nel territorio di Rocca contrada, tocco' si' forte sconfitta,che le sue genti furono volte in piena fuga, ed egli stesso, in quella lotta terribile e sanguinosa, corse grave pericolo di esser preso o morto.
     Ne' l'animo suo altero e generoso fu scosso da questo fatto che da Osimo il Rettore della Marca Annunziava al Popolo di S. Ginesio il 29 di quel mese con le seguenti parole : "Nobilibus et prudentibus viris, Regiminibus Consilio et Comuni Terrae Sancti Ginesii Ecclesiae Romanae Fidelibus ac devotis Rector Marchiae Anconitanae Carissimi. Vobis ad partecipationem laetitiae numptiamus quod sicut desuper divinitus datum est, cujus in hac parte res agitur Capitaneum exercitus Sanctae Matris Ecclesiae cum gente sua perditionis filium et maledictionis alupnum inimicum Ecclesiae manifestum dnum Lomum de Aexio cum comitiva CL equitum et CLC peditum armatorum in territorio Rochae Contradae die decima octava mensis hujus hora vespertina in bello campestri arciebus ordinatis hinc inde posuit in conflictum. Utrum vero Dominus Lomus in bello ceciderit an per fugam evaserit ad huc nulla haberi potuit certitudo, nam ipsos inimicos in fugam conversos Gentes Ecclesiae ac Fideles dictae Provinciae potenter et hostiliter persecuntur. Datum Auximi die vigesima nona Junii nona indictione". (Da una lettera del Lancellotti al Conte Guarnieri, che si conserva autografa nell' Archivio Simonetti, nella quale e' assicurato il detto Conte che il documento era stato copiato dal Lancellotti stesso nell'archivio Priorale di S. Ginesio).
     Rifatta buona adunata di gente a pie' ed a cavallo, si tenne costantemente alla parte Imperiale, fino a che convenuto nel febbrajo del 1328 insieme ai suoi fratelli a Fermo con i capi Ghibellini della Marca e fuori, non si decreto' la guerra a Jesi, intorno alla qual citta', Nicolo' Boscareto teneva gia' tutta intera la campagna, fatta segno a devastamenti, rubarie omicidii ed a tutto il corteo di quei mali che sapevansi inventare in quei tempi di cittadine lacrimevoli sciagure. La guerra a Jesi fu decretata, e spiegato lo Stendardo della citta' di Fermo, Lippaccio Guzzolini da Osimo alla testa di bene agguerrita soldatesca di fuorusciti Iesini, di Fermani, Osimani, Fabrianesi, e cogli ajuti dell'esercito imperiale spedito dal Conte di Chiaramonte giungeva sui primi di marzo del 1328 con i fratelli Simonetti e loro masnada innanzi le mura di Jesi che i Guelfi di dentro animati dall'esempio e dal valore di Tano, animosamente difendevano. La vittoria arrise alle forze dei Ghibellini, a Tano caduto prigione, fuor d'ogni legge, fu mozzato il Capo, e Jesi data in dominio al Boscareto col titolo di Vicario dell'Impero.
     Amelio di Lautrek Marchese e Rettore della Marca, ordinava a Falcone da Pavia Governatore della provincia che insieme alle citta' di Fermo, Osimo, Fabriano, Lippaccio Guzzolini ed altri Ghibellini, fossero pure processati e condannati a pene gravissime Lomo, Boorte e Guglielmo Simonetti " eo quod pensate et conjuratione facta insimul inter eos hoc est de Mense Februari pr. deliberaverunt ut irent et accederent ad dictim civitatem Aexii ipsamque occuparent, invaderent et invasam tenerent et magnificum Virum Tanum dni Baligani et alios de dicta civitate insultarunt et aggressi fuerunt."
     Il processo fu condotto a fine. Fermo, Osimo, Fabriano furono interdette e condannate al pagamento di mille marche d'argento, e i frattelli Simonetti multati di duecento fiorini d'oro ciascuno, come risulta da sentanza pronunciata a Macerata da Pietro da Gubbio Uditore Generale del Governatore della Marca, che si conserva in Osimo nella Cassa delle tre Chiavi.
     Quella sentenza non basto a spegnere l'odio contro i Simonetti nell'animo del Governatore della Marca, il quale impegnato come era a farli credere sempre nemici della Chiesa poneva ogni studio di avere alcuno di essi fra le mani. Ne' uscendo dal governo della Marca, porto' seco quell'odio; imperocche' lasciatolo quasi in eredita' ai suoi successori, Lomo e i suoi fratelli dovetter costantemente e per lunghi anni tenersi in sull'avviso contro gli agguati che con ostinata pertinacia eran tesi contro di loro dai Rettori della Marca.
     Un di essi, era Fra Giovanni da Rivara, spediva contro i Simonetti Dalmazino da Quigliano conduttore dell'esercito Pontificio, con buona mano d'armati. Alli 8 di giugno 1341 Lomo, lo incontrava presso S. Lorenzo in Campo, e sebbene con poca sua gente e quasi alla sprovvista, pure con tal forza ed impeto lo assali', che l'esercito Pontificio fu messo in piena rotta, quantunque Nuccio di Giacomo da Mont'Olmo, che era fra i primi Capitani, facesse in quel di supreme prove di valor militare.
     Intanto, abbattuto il partito del Rettore, a Jesi il malgoverno dei Signori di Boscareto avea potentemente inasprito gli animi dei cittadini; i quali commossi dai soprusi e dalle violenze, e dalle frequenti durissime morti alle quali da essi eran condannati i cittadini, invitarono Filippo e Lomo a prendere il governo della citta', e a volgere le loro forze in soccorso di essa. I Simonetti adunati da ogni parte i loro vassalli e molta gente d'armi, corsero la citta' nel mese di maggio 1342, e fatto aspro governo de' lor nemici, cacciarono i Boscareto i quali ritiratisi ne' lor feudi di Montenuovo e di Corinaldo, non fecero piu' ritorno a Jesi.
     Filippo Simonetti, consensiente il Pontefice, fu per la seconda volta acclamato Vicario della citta' da un popolo plaudente. Morto poco apprresso in eta' assai grave e senza prole, Lomo assunse il governo e la Signoria della citta', nella quale, a vero dire, stanti le grave turbolenze che agitavano l'intera Marca, s'erano di nuovo accese fra i cittadini le face della discordia, e le intemperanti lotte delle fazioni s'erano per ogni dove potentemente rinfocolate (Compagnoni - Reggia Pleena 199).
     Avvenne in quel tempo che i malatesta Signori di Rimini aspirando alla conquista della Marca, aveano colle loro forze occupate molte sue citta', terre e castella a danno del Papa. Malatesta Ungaro avuta appena in mano la forte rocca di Cingoli, correva con forte nerbo di soldatesche alla volta di Jesi dove dopo lungo ed ostinato combattimento entrava vincitore il 10 gennaio 1349. Lomo pero' seppe cosi' bene destreggiare in quel frangente, che, chiamati intorno a se' i principali cittadini, e venuto in pieno accordo con essi, collegossi col Malatesta il quale annuente il popolo intero e Lomo con esso, mise dentro la citta' forte presidio di soldatesche guidate da Filipuccio figlio del morto Tano, il quale a quei di' era Capitano agli stipendi dei Malatesta.
     Ne' da quell'alleanza del malatesta valsero ad allontanare Lomo le condanne che Papa Innocenzo VI infliggeva a lui ed a tutti i cittadini di Jesi «ex eo quod diu cum ecclesiae inimicis remanserunt, et nobili viro Malatesta de Malatestis militi Ariminensis dum in ribellione contra ipsum ecclesiam existebat, et Philippuccio Tani ac Lomo Raynaldi Milite de Civitate praedicta adheserant et faverant;» che anzi quella lega veniva stretta maggiormente allora che nell'anno 1333 (Quod currentibus annis 1342 de Menso Maj Dnus Lomus D. Raynaldi occupavit Civitatem Aexii et ex tube aperta fuit frequens guerra in dicta Civitate et locis circumstantibus et indicta Contrada Castagnola et duravit usque ad adventum Domini legati qui fuit de anno 1355. Da copia di un esame di piu' testimonii del 1364 estratta dall'archivio di Jesi ed esistente nell'archivio Simonetti), Lomo e Boorte coi loro figli si collegavano con Giovanni Visconti Arcivescovo e Duca di Milano con istrumento stpulato a Sarzana il 31 marzo di quell'anno stesso, alla qual lega con molti Signori, Baroni, Citta' e Terre della Marca convennero con molte e grandi potenze dell'Italia e singolarmente i Fiorentini e la repubblica Veneta, per sostenere Bologna, venuta in quei giorni alla signoria dei Visconti ai quali il Pontefice Clemente VI ne avea fatta la concessione a quei patti e condizioni che sono narrate dal Platina.
     Con costoro ajuti adunque non meno che con le proprie forze e valore de' suoi figli e nipoti, Lomo prosegui a governare e reggere quasi con dispotica signoria la citta' di Jesi e il suo contado; ne' gli scemo' mai l'acquistato dominio, finche' giunto in Italia il Cardinale Egidio Albornoz, egli staccatosi dall'alleanza coi malatesta, corse fra i primi fino a Gubbio ad ossequiarlo, e con fina arte politica a rassegnare nelle sue mani la citta', il contado e le altre terre che avea occupate, e prestare inalterabile obbedienza a lui e alla Santa sede (Compagnoni. Parte 1, Lib. 5 pag. 215).
     Il Cardinale con diploma di quell'anno stesso lo confermava Vicario della citta' per la Santa Sede, e riconosceva i suoi discendenti per veri signori di Jesi, e di altre terre che possedevano.
Morto Lomo, i figli di lui che furono Sciarra, Antonio Stefano, Minetto e Lucemburgo, vennero confermati nella signoria di Jesi e dichiarati essi pure Vicari della Santa Sede con amplissime giurisdizioni e privilegi. Ricchi di sterminato censo, e all'arte di accattarsi il favore dell'instabil popolo con doni e moine, aggiungendo molto valor militare, non fu magistratura che ad essi non venisse offerta, ne' impresa per quanto difficile e scabra che alla loro esperienza ed al loro valore non venisse affidata.
     Sappiamo che Sciarra nel 1384 fu eletto Podesta'di Gubbio dal Conte Antonio di Montefeltro Signore di Urbino. La citta' di Ancona il 28 dicembre 1382 spedivagli ambasciatore Fanello di Minighetto per ottenere la liberazione di alcuni uomini di Varano e del Poggio presi dalla gente d'arme dei Simonetti nei territori di Ancona, d'Osimo, e di Recanati; ed egli per rendersi benevolo l'anconitano senato, cortesemente lo mandava coi domandati prigioni. Nel 1393 ai 9 del mese di novembre, a quietare l'intera Marca scossa tutta intera dalle fazioni, collegavasi con molte citta', terre e castelli, con Gentile e Rodolfo da Varano Signori di camerino, con gli Smeducci di Sanseverino, i Clavelli di Fabriano, gli Ottoni di Matelica, Benutino Cima da Cingoli ed altri Signori e Baroni per posar giu' le armi, e giurare una tregua della quale sottoscrisse le condizioni insieme a' suoi nipoti Abaltitorto di Stefano, e Brunoro di Antonio coi quali il 24 giugno dell'anno vegnente conveniva a Castelfidardo per sottoscrivere una pace colle due dette citta', e i nominati Signori, della quale annuente Bonifacio IX, si reser garanti e mallevadori i Veneziani, i Fiorentini e i Bolognesi ( Dnus Lomus de Aexio iverat coram dno Legato Eugibium et eidem restituerat et dederam omnia castra que ipse tenebat et dominabantur per eum. - Copia estratta dall'archivio di Jesi Lib. Lettera D. Cifra II esistente nell'Archivio della Famiglia).
     Abaltitorto di Stefano al dire del baldo( Compagnoni. Parte I, Lib. 5 pag. 262.) essendo universalmente conosciuto per personaggio di grande dottrina e molta esperienza nei pubblici affari, nella gravissima contesa che era nata a quei giorni fra il Conte Antonio di Montefeltro, e Francesco Gabrielli da Gubbio sopra il castello di Cantiano, fu chiamato arbitro delle parti contendenti insieme al Signor Giovanni Ungheri Signore di Sassoferrato, e la costoro sentenza veniva approvata e confermata dallo stesso Pontefice Bonifacio IX.
     Minetto Simonetti fu molto prode Capitano de' suoi tempi. Chiamato ai loro stipendi dai cittadini di Siena e da essi spedito al soccorso di Cortona assediata dai Perugini, si mostro' si' ardito ed esperto condottiero che essendo presso all'oste nemica, senza che nessun soldato perugino se ne avvedesse, egli alla testa de' suoi, entro' nella assediata citta', e sulle sue mura pianto' il glorioso stendardo della repubblica Senese.
     Brumoro figlio di Antonio fu egli pure eccellente Capitano di quei tempi. Nel 1382 infierendo nella nostra Marca e in Italia tutta lo scisma fra Urbano VI e Clemente VII, il Conte di Ginevra fratello dell'Antipapa, era venuto con poderoso esercito da Bologna ad Ancona, ed erasi impadronito di quella rocca. Uomo aspro e crudele come era, avea subito gravato gli Anconitani del pagamento di centoventimila scudi, minacciandoli di piu' gravi pene, se non prestassero giuramento di fedelta' all'Antipapa Clemente. Le citta' che aderivano ad Urbano VI mandarono ajuti d'uomini e di denaro, e Jesi ed Osimo di comune accordo spedirono venticinque lance a tre cavalli ciascuna, delle quali non seppero ad altri affidare la condotta che al prode Brunoro Simonetti che, come afferma Oddo di Biagio, stette cola' a tutte sue spese, fino a che il Conte non fu cacciato, e la rocca restituita agli Anconitani ( Repert. Consil. Vol. 2 pag. 30). Raniero anch'egli figlio di Antonio, fu uomo venuto per le sue virtu' in grande onoranza. Nel 1381 con molto suo onore esercito' la carica di Podesta' a Bologna ( Vedi Saraceni, Storia d' Ancona), e a mezzo di un suo Collaterale nel 1397 esercitava quella ragguardevolissima di Capitano e Conservatore di pace nella citta' di Todi, che e' quanto a dire di Protettore e Difensore di quella citta' (Muratori. Rerum Italic.Script. Vol. 18.).

     Asceso che fu alla cattedra di S. Pietro il Pontefice Bonifacio IX, conoscendo in quale prestigio e potenza fosse ascesa la famiglia Simonetti, e quali e quanti servigi avesse prestati alla Santa Sede nella Marca Anconitana, per sempre piu' accattivarsela, con Bolla del 6 maggio 1397 la confermo' nel dominio della citta' di Jesi e suo contado, del castello di Accola, di Serrasanquirico e di altri terre con nuovi privilegi e con piena potesta' di mero e misto impero per lo spazio di 10 anni, mediante annuo tributo di cento cinquanta fiorini d'oro in ricognizione del supremo e alto dominio della Chiesa, qualificando i personaggi della famiglia Vicari della Santa Sede, ed onorandoli dei titoli specialissimi di Nobili, di Militi e di Domicelli nati della citta' di Jesi.
Nell'anno 1404 essendo morti Abatiltorto di Stefano e Lomo di Lucemburgo, l'uno e l'altro compresi in quell'investitura, Raniero brumoro ed altri superstiti della famiglia, fecero istanza allo stesso Pontefice di surrogare in luogo di quelli i loro figliuoli che furono Stefano di Abatiltorto, e Lucemburgo di Lomo.
      Il Pontefice sempre benigno con questa famiglia con Bolla data in Roma il 27 gennajo 1405 accordo' la proroga e la surrogazione.
     Ma la stella dei Simonetti stava per declinare. Alli 30 novembre 1406 veniva eletto Pontefice il Cardinale di S.Marco, Angelo Corario, che assumeva il nome di Gregorio XII. vecchio molto innanzi negli anni, disvolente oggi cio' che jeri avea promesso, or timoroso, or qual bambino piangente, sentiva sotto i pie' crollarglisi il trono; che Pietro di Luna e i suoi aderenti costringevanlo ad abdicare, come egli stesso avea giurato prima del suo innalzamento al Papato. Deciso di assicurare una fortuna ai suoi nipoti prima di venire a quel passo, forse con lieto animo vedeva i mali umori che serpeggiavano negli animi degli Esini contro i Simonetti e andava meditando una usurpazione della loro signoria e dei loro diritti ( L'abate Gio F. Lancellotti in una sua Lettera al Conte Aurelio Guarneri spedita a Staffolo senza data nel 1799 e che si conserva nell'archivio Simonetti scrive queste parole: «Quelle famiglie le quali di quando in quando aspirano al dominio delle Citta' come fecero appunto Mercenario, Lomo ed altri Simonetti in Jesi, i Cima in Cingoli, i Trinci in Foligno era sotto lo avviso che discendano dagli antichi Conti Imperiali esistiti nel IX e X secolo in tal citta' . » Se mi fosse stato permesso di parlare liberamente di scrivere da vero storico belle notizie che diedi dei Bipanti e Colucci, avrei fatto toccar con mano che il tirannico poter dei Papi forma il solo gius delle loro esurpazioni» . Gli Esini piu' avidi di ricuperare la loro liberta' antica, che ligi alle ambiziose mire del nuovo Pontefice, presero a pretesto alcune taglie delle quali si credevan gravati dai Simonetti per insorgere contro di essi. I primi a scuotere il giogo del loro dominio furono gli abitanti della grossa terra del Massaccio, alla quale nel mese di febbrajo una dopo l'altra tenner dietro tutte le altre del Contado Jesino. La citta' finalmente levatasi a rumore fu tutta in armi, e i Simonetti sorpresi da questo quasi universale tumulto nelle loro case in S. Martino, furono violentemente cacciati senza speranza di mai piu' farvi ritorno. I loro beni furono confiscati, e la citta' e il contado dati dal Papa in Vicariato ai Malatesta in benemerenza dell'ospitalita' che gli avean data nelle loro case di Rimini.