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GENEALOGIA
A R A L D I C A
La famiglia SIMONETTI di Osimo
L'antichissima e nobilissima
famiglia Simonetti originaria della citta' di Jesi, della
quale per lungo tempo ebbe il dominio, vissuta oltre a due
secoli in Cingoli prima che venisse a stabilirsi in Osimo,dove
ebbe sempre fra le prime famiglie i primi onori di nobilta',
e' senza meno fra le piu' ragguardevolidella Marca Anconitana.
Di essa fecero ampla ed onorata menzione il Cardinal Baronio
in piu' luoghi de suoi annali, Ludovico Antonio Muratori
(Rerum Italic.Scriptores Vol. 18,21,23 ed altri),l'Abate
Eugenio Gamurrini nella sua storia Genealogica delle Famiglie
illustri di Toscana ed Umbria, i Ferretti e il Saraceni
nelle loro storie di Ancona, i due Baldassini e Pietro Gritio
nelle storie di Jesi, l'Abate Gio. Francesco Lancellotti
nelle sue erudissime lettere al Conte Aurelio Guarnieri
lo Scampoli nel suo discorso apologetico, in difesa della
milizia Ecclesiastica, Lez. V pag.175, il Jacobilli nella
sua biblioteca d'Umbria, il Fontana nelle sua relazione
della Provincia della Marca, il Marchese di Forli' nella
sua Galleria dell'onore, il Cancellieri nella sua pratica
divota della religione Silvestrina, il Perimezzi nella vita
del P. Torres, e molti e molti altri la celebrarono nei
loro scritti ; senza contare i pubblici documenti della
citta di jesi e di Ancona, Grazie e Privilegi di principi,
Brevi e Bolle di Pontefici che la resero meritatamente illustre.
I SIMONETTI a Jesi
Il Cardinale Baronio
ed il Gamurrini furono d'avviso che i nostri Simonetti fin
dal tempo del Barbarossa fossero stati investiti del Vicariato
di Jesi ; e il nominato Abb. Lancelotti lascio' scritto
che essi discendessero dagli antichi Conti imperiali esistenti
nel IX e nel X secolo come i Cima di Cingoli,i Trinci di
Fuligno ed altri.
Noi ammettendo di assai buon
grado un piu' remoto principio di questa famiglia, e rispettando
le opinioni di questi sommi scrittori ai quali lasciamo
la responsabilita' di quelle loro asserzioni, unicamente
appoggiati all'autorita' di autentici ed indiscutibili documenti
che si conservano nel domestico archivio della Famiglia,
ci limiteremo ad affermare che il Capostipite di questa
fu Capthio figlio di Stephio o Stefano che, uno dei principali
Signori di jesi, fu presente all'atto di dedizione che a
quella citta' fece di se' e dei suoi Castelli il Conte Trasmondo.
Ne' senza ragione il Gamurrini,
fa vivere questo Capthio in Jesi nel 1140, (Da un Breve
agli Osimani. Datum Tibure 10 Kal. Augusti Pontificatus
nostri anno I. riportato per intero dal martorelli nelle
sue Memorie Ilistoriche dell'antichissima e nobile citta'
di Osimo a pagina 131 e seg.) essendoche', come egli rilevo',da
un atto pubblico del 5 maggio 1201, che ebbe dall'archivio
priorale di Jesi, un Raniero di Capthio era un consigliere
di quella illustre citta', e piu' tardi, il 12 luglio 1216,
veniva eletto Potesta' di Jesi, carica a quei tempi ragguardevolissima,
alla quale, surrogata a quella degli antichi consoli, non
eleggevansi, come si ha dagli storici, che personaggi per
sangue antico, scienza e valore commendevolissimi.
Quattro furono i figli di
questo Raniero,
Simonetto, Capthio giuniore,
Gualtiero e Bartolo.
Simonetto dal quale prese
il cognome la famiglia, continuo' la sua discendenza in
Jesi ove si tenne sempre all'esercizio delle prime cariche
e pubblici uffici, mentre Capthio, Gualtiero e Bartolo acquistato
il castello di Castriccione e sue dipendenze su quel di
Cingoli, si ridussero cola', dove Bartolo vesti' l'abito
della Religione Silvestrina; nella quale vissuto molti anni
Generale dell'Ordine mori' in Viterbo nel Monastero di S.Pietro
il 3 agosto 1208 pieno di meriti e di virtu' per le quali
merito' l'onore degli Altari, e nel detto giorno si celebra
dalla chiesa ogni anno la festa.
Simonetto intanto, salito
in bella fama, veniva eletto dai Cingolani Podesta' di Cerlongo,
la quale Podestatura fece esercitare col titolo di suo vicario
da un tal Grimaldodi Andrea. Piu' tardi gli Esini lo spedirono
ambasciatore della citta' al Rettore della Marca.
Da lui vennero Rinaldo, Mercenario,
Guglielmo, Angelo, Filippo, Muzzolo ed Oddone.
Questi due ultimi furono Signori
di Donazzano, e da essi usci' la famiglia di Fano da gran
tempo estinta.
Verso l'anno 1282 i cittadini
di Jesi, stanchi delle angherie e mal governo di Nicoluccio,
Uguccinello, e Filippuccio di Baligano, che violentemente
avevano occupato la Terra, s'erano sollevati contro di essi
a rumore, e cacciatili di citta', ne avevano affidato la
capitania e il dominio a Rinaldo, Mercenario e Guglielmo,
i quali per verita' non smentirono la fiducia che i cittadini
avevano in essi riposta.
Se non che, salito appena
sulla cattedra di S. Pietro il Papa Onorio IV il 12 aprile
1286, il rettore della Marca, Giuffredo da Anagni, che molto
a malincuore vedeva crescere in autorita' e potenza i Simonetti,
che gia' sapeva Signori del Castello di Castriccione, di
quello del Sasso presso Serrasanquirico, di quello di S.
Maria oggi S. Marianuova, e di altre terre, e castella,
aveva scritto a quel Pontefice contro l'operato degli Esini
ponendogli in assai mala vista i Simonetti, istigato a cio'
senza meno dai Baligani e loro seguaci che avean dichiarato
aperta guerra ai nuovi Domicelli della citta' e a loro aderenti.
Il Papa, a togliere ogni contesa
fra le due fazioni, spediva da Roma il nobile Niccolo' Boccamati
a Governatore e Podesta' di Jesi. I cittadini, o perche'
credessero quella determinazione del Papa contraria alla
liberta' ed ai privilegi del Comune, o perche' sospettassero
che il Boccamani inclinasse a favorire i Baligani allora
spacciati fautori del Ghibellinismo, mandarono ambascerie
sopra ambascerie al Pontefice, perche' volesse tener per
buono il loro operato.
Ne' i Simonetti si tennero
colle mani alla cintola; mandarono essi pure messaggi e
preghiere. Tutto riuscendo vano, ne' il Pontefice rimuovendosi
dal suo risoluto proposito, ricorsero alla forza delle armi,
e violentemente obbligarono il Boccamati a retrocedere colla
sua gente. Messa quindi a rumore la citta' contro la fazione
Ghibellina, ed armati i loro aderenti e vassalli, predando
ed uccidendo occuparono il castello di Collemontano e quello
delle Ripe presso Santa Maria Nuova, perche' il Podesta'
inviato dal Pontefice non trovasse in quei luoghi ricetto
di sorta (Da un Breve agli Osimani. Datum Tibure 10 Kal.
Augusti Pontificatus nostri anno I. riportato per intero
dal Martorelli nelle sue memorie Ilistoriche dell'antichissima
e nobile citta' di Osimo a pagina 131 e seg.).
Facevano poi intendere al
Pontefice avere essi assunto la capitania e il governo della
citta' ad istanza della nobilta' e del popolo, e a solo
scopo di tenere lontani i Baligani ed i Ghibellini; esser
pronti a rassegnare capitania e governo, purche' si provvedesse
alla quiete ed al buono stato della patria.
Disgombrate dalla mente del
Pontefice le sinistre impressioni cagionate dalla relazione
di Giuffredo, i Simonetti non tardarono di entrare bene
addentro nelle sue grazie e ad essere reintegrati nelle
pubbliche cariche e nelle prime magistrature della citta'.
La quale meditando piu' tardi
(1294) di recuperare al suo stato la grossa terra dello
Staffolo, stata gia' altra volta alla sua giurisdizione
soggetta, si valse dell'opera di Rinaldo il quale, riuscita
assai felicemente l'impresa con il concorso di altri tre
distinti cittadini, ebbe onorevol mandato di esigere in
quell'anno istesso da quella Terra il giuramento, e di governarla,
a nome della citta' a mezzo di un Vicario da lui nominato.
Fu per questa prova di affettuosa
onoranza de' suoi concittadini e per sempre nuove grazie
e privilegi impartiti alla famiglia Simonetti dalla Santa
Sede, che Rinaldo nel 1298 giuro' fedelta' alla Chiesa con
altri Conti e Feudatari, in mano del Nobile Sig. David di
Ferentino, Vicario Generale di Pietro Gaetani nipote di
Papa Bonifacio VIII (Da una lettera autografa del Lancellotti
al Conte Aurelio Guarnieri).
Si dice di lui che nel 1301
un Leonardo Vescovo di Jesi venendo insultato e molestato
da suoi Vassalli del Poggio, di S. Marcello e del Monte
di Arcarotta, sui quali esercitava temporale giurisdizione,
egli lo liberasse di persona dalle mani di quei forsennati;
pel qual fatto il Vescovo, contratta seco lui affettuosa
amicizia, pote' stabilire fra i Simonetti e i Baligani una
pace che con grande beneficio della pubblica quiete, fu
firmata da 75 cittadini il 27 Giugno del 1302.
Quella pace pero' fu di assai
poco breve durata. Verso l'anno 1306 Pandolfo e Ferrantino
Malatesta, occupate a forza di armi le citta' di Pesaro,
Sinigaglia, Fano e Fossombrone, stimolarono ad occupare
la citta' di Jesi Tano di Baligano che in qualita' di Capitano
era a que' di' ai loro stipendi. Tano, prese seco alcune
genti d'arme dei Malatesta ed ajutato da Vannolo Signore
di Mondavio e potente Cittadino Sinigagliese, con lui ed
altri fuorusciti e banditi Ghibellini, corse nottetempo
la citta' che mise tutta a rumore e scompiglio.
Non pote' pero' impadronirsene
come avea tentato; che i Simonetti venutigli sopra coi loro
aderenti, lo cacciarono strenuosamente fuor della Terra.
Ne' cio' fu tutto. La citta', assembrato in fretta e furia
poderoso esercito, lo uni' alle genti del Pontefice, il
quale coll'ajuto degli Esini, che spesero allora cinquanta
mila libbre d'oro, come assicura Girolamo Baldassini nella
sua storia di Jesi a pag. 90, per assoldare diecimila fanti
e settecento cavalli, ricupero' le citta' occupate dai Malatesta.
Che i Simonetti avessero resi grandi e significanti servigi
alla Chiesa in quella circostanza, lo prova il fatto, che
la citta' essendo stata donata di ricche terre e castella
dal Pontefice, Filippo Simonetti, che' Rinaldo e Mercenario
eran gia' morti, fu nominato Vicario della citta' per la
Santa Sede.
Alla famiglia Simonetti rimasero
del prode Rinaldo
Lomo, Boorte e Guglielmo.
Dopo alcun tempo di quiete
che la citta' di Jesi avea goduto sotto il governo e vicariato
dei Simonetti, gli animi dei Cittadini furono divisi, e
le guelfe e le ghibelline passioni rinfocolarono nuovamente.
Tano Baligani, uomo com' era di natura sua vario ed incostante,
deciso ad ogni costo di riavere la sua terra di Monte Marciano
confiscata dal Papa con altri suoi beni, e donata alla citta',
profittando delle deplorevoli turbolenze delle quali era
pressoche' tutta intera agitata la Marca, si die' a mostrarsi
caldo favoreggiatore de' Guelfi; e venuto con tal mezzo
in stretta amicizia col Rettore, seppe confine arti persuadere
e Rettore e Pontefice che i Simonetti incerti sempre fra
le due fazioni di Guelfi e di Ghibellini mal sostenessero
le parti della Chiesa, ne' reggere sapessero il governo
della citta' con soddisfazione dei cittadini. Fu dunque
dichiarato Capitano dei Guelfi nella Marca, e come tale
spedito alla volta di Jesi, ove entrato con grossa masnada,
prese le piu' aspre vendette contro quanti gli erano stati
nemici; e cacciati di citta' i Simonetti, e posti a fiamme
e ruba i loro beni, si dichiaro' egli di per se' Signore
di Jesi. Cio' succedeva verso l'anno 1325 .
Lomo, Boorte e Guglielmo si
ricoverarono colle loro famiglie nella grossa e fortificata
terra di Santa Maria (l'attuale Santa Maria Nuova) dalla
quale Lomo qual primogenito di Rinaldo chiamossi sempre
Lomo di Santa Maria. Filippo e un suo nipote a nome Minetto,
del quale parleremo piu' innanzi, si ricoverarono nel contado
di Sinigaglia ove possedevano feudi e castelli ceduti in
gran parte fin dall'anno 1308 per rilevante somma dalla
nobil famiglia Uffreducci di Fano come risulta da una particola
di antico istrumento che si conserva qui in Osimo nell'archivio
domestico della famiglia.
I Simonetti costretti nel
loro castello di Santa Maria a tenersi sempre in armi per
difendersi dalla gente di Tano pronta ogni di' a menare
contro di essi le mani e a devastare le loro terre, si diedero
anima e corpo ai Clavelli di Fabriano e ai Guzzolini di
Osimo arditi caporioni del Ghibellinismo nella Marca. Lomo
indefesso di animo, e cupidissimo di vendicare l'onta dell'esiglio
al quale era stata condannata la sua famiglia, reputando
a vile il tenersi dentro le mura del suo castello, lasciativi
a guardia con alcuni vassalli i nipoti Manente e Mercenario
secondo, questi figlio a Boorte quegli a Guglielmo, si mise
coi suoi fratelli e con forte e numerosa masnada alla campagna,
molestando qua' e la' per piu' tempo le bande guelfe capitanate
da Tano, col quale scontratosi verso l'ora di Vespro del
18 giugno 1326 nel territorio di Rocca contrada, tocco'
si' forte sconfitta,che le sue genti furono volte in piena
fuga, ed egli stesso, in quella lotta terribile e sanguinosa,
corse grave pericolo di esser preso o morto.
Ne' l'animo suo altero e generoso
fu scosso da questo fatto che da Osimo il Rettore della
Marca Annunziava al Popolo di S. Ginesio il 29 di quel mese
con le seguenti parole : "Nobilibus et prudentibus
viris, Regiminibus Consilio et Comuni Terrae Sancti Ginesii
Ecclesiae Romanae Fidelibus ac devotis Rector Marchiae Anconitanae
Carissimi. Vobis ad partecipationem laetitiae numptiamus
quod sicut desuper divinitus datum est, cujus in hac parte
res agitur Capitaneum exercitus Sanctae Matris Ecclesiae
cum gente sua perditionis filium et maledictionis alupnum
inimicum Ecclesiae manifestum dnum Lomum de Aexio cum comitiva
CL equitum et CLC peditum armatorum in territorio Rochae
Contradae die decima octava mensis hujus hora vespertina
in bello campestri arciebus ordinatis hinc inde posuit in
conflictum. Utrum vero Dominus Lomus in bello ceciderit
an per fugam evaserit ad huc nulla haberi potuit certitudo,
nam ipsos inimicos in fugam conversos Gentes Ecclesiae ac
Fideles dictae Provinciae potenter et hostiliter persecuntur.
Datum Auximi die vigesima nona Junii nona indictione".
(Da una lettera del Lancellotti al Conte Guarnieri, che
si conserva autografa nell' Archivio Simonetti, nella quale
e' assicurato il detto Conte che il documento era stato
copiato dal Lancellotti stesso nell'archivio Priorale di
S. Ginesio).
Rifatta buona adunata di gente
a pie' ed a cavallo, si tenne costantemente alla parte Imperiale,
fino a che convenuto nel febbrajo del 1328 insieme ai suoi
fratelli a Fermo con i capi Ghibellini della Marca e fuori,
non si decreto' la guerra a Jesi, intorno alla qual citta',
Nicolo' Boscareto teneva gia' tutta intera la campagna,
fatta segno a devastamenti, rubarie omicidii ed a tutto
il corteo di quei mali che sapevansi inventare in quei tempi
di cittadine lacrimevoli sciagure. La guerra a Jesi fu decretata,
e spiegato lo Stendardo della citta' di Fermo, Lippaccio
Guzzolini da Osimo alla testa di bene agguerrita soldatesca
di fuorusciti Iesini, di Fermani, Osimani, Fabrianesi, e
cogli ajuti dell'esercito imperiale spedito dal Conte di
Chiaramonte giungeva sui primi di marzo del 1328 con i fratelli
Simonetti e loro masnada innanzi le mura di Jesi che i Guelfi
di dentro animati dall'esempio e dal valore di Tano, animosamente
difendevano. La vittoria arrise alle forze dei Ghibellini,
a Tano caduto prigione, fuor d'ogni legge, fu mozzato il
Capo, e Jesi data in dominio al Boscareto col titolo di
Vicario dell'Impero.
Amelio di Lautrek Marchese
e Rettore della Marca, ordinava a Falcone da Pavia Governatore
della provincia che insieme alle citta' di Fermo, Osimo,
Fabriano, Lippaccio Guzzolini ed altri Ghibellini, fossero
pure processati e condannati a pene gravissime Lomo, Boorte
e Guglielmo Simonetti " eo quod pensate et conjuratione
facta insimul inter eos hoc est de Mense Februari pr. deliberaverunt
ut irent et accederent ad dictim civitatem Aexii ipsamque
occuparent, invaderent et invasam tenerent et magnificum
Virum Tanum dni Baligani et alios de dicta civitate insultarunt
et aggressi fuerunt."
Il processo fu condotto a
fine. Fermo, Osimo, Fabriano furono interdette e condannate
al pagamento di mille marche d'argento, e i frattelli Simonetti
multati di duecento fiorini d'oro ciascuno, come risulta
da sentanza pronunciata a Macerata da Pietro da Gubbio Uditore
Generale del Governatore della Marca, che si conserva in
Osimo nella Cassa delle tre Chiavi.
Quella sentenza non basto
a spegnere l'odio contro i Simonetti nell'animo del Governatore
della Marca, il quale impegnato come era a farli credere
sempre nemici della Chiesa poneva ogni studio di avere alcuno
di essi fra le mani. Ne' uscendo dal governo della Marca,
porto' seco quell'odio; imperocche' lasciatolo quasi in
eredita' ai suoi successori, Lomo e i suoi fratelli dovetter
costantemente e per lunghi anni tenersi in sull'avviso contro
gli agguati che con ostinata pertinacia eran tesi contro
di loro dai Rettori della Marca.
Un di essi, era Fra Giovanni
da Rivara, spediva contro i Simonetti Dalmazino da Quigliano
conduttore dell'esercito Pontificio, con buona mano d'armati.
Alli 8 di giugno 1341 Lomo, lo incontrava presso S. Lorenzo
in Campo, e sebbene con poca sua gente e quasi alla sprovvista,
pure con tal forza ed impeto lo assali', che l'esercito
Pontificio fu messo in piena rotta, quantunque Nuccio di
Giacomo da Mont'Olmo, che era fra i primi Capitani, facesse
in quel di supreme prove di valor militare.
Intanto, abbattuto il partito
del Rettore, a Jesi il malgoverno dei Signori di Boscareto
avea potentemente inasprito gli animi dei cittadini; i quali
commossi dai soprusi e dalle violenze, e dalle frequenti
durissime morti alle quali da essi eran condannati i cittadini,
invitarono Filippo e Lomo a prendere il governo della citta',
e a volgere le loro forze in soccorso di essa. I Simonetti
adunati da ogni parte i loro vassalli e molta gente d'armi,
corsero la citta' nel mese di maggio 1342, e fatto aspro
governo de' lor nemici, cacciarono i Boscareto i quali ritiratisi
ne' lor feudi di Montenuovo e di Corinaldo, non fecero piu'
ritorno a Jesi.
Filippo Simonetti, consensiente
il Pontefice, fu per la seconda volta acclamato Vicario
della citta' da un popolo plaudente. Morto poco apprresso
in eta' assai grave e senza prole, Lomo assunse il governo
e la Signoria della citta', nella quale, a vero dire, stanti
le grave turbolenze che agitavano l'intera Marca, s'erano
di nuovo accese fra i cittadini le face della discordia,
e le intemperanti lotte delle fazioni s'erano per ogni dove
potentemente rinfocolate (Compagnoni - Reggia Pleena 199).
Avvenne in quel tempo che
i malatesta Signori di Rimini aspirando alla conquista della
Marca, aveano colle loro forze occupate molte sue citta',
terre e castella a danno del Papa. Malatesta Ungaro avuta
appena in mano la forte rocca di Cingoli, correva con forte
nerbo di soldatesche alla volta di Jesi dove dopo lungo
ed ostinato combattimento entrava vincitore il 10 gennaio
1349. Lomo pero' seppe cosi' bene destreggiare in quel frangente,
che, chiamati intorno a se' i principali cittadini, e venuto
in pieno accordo con essi, collegossi col Malatesta il quale
annuente il popolo intero e Lomo con esso, mise dentro la
citta' forte presidio di soldatesche guidate da Filipuccio
figlio del morto Tano, il quale a quei di' era Capitano
agli stipendi dei Malatesta.
Ne' da quell'alleanza del
malatesta valsero ad allontanare Lomo le condanne che Papa
Innocenzo VI infliggeva a lui ed a tutti i cittadini di
Jesi «ex eo quod diu cum ecclesiae inimicis remanserunt,
et nobili viro Malatesta de Malatestis militi Ariminensis
dum in ribellione contra ipsum ecclesiam existebat, et Philippuccio
Tani ac Lomo Raynaldi Milite de Civitate praedicta adheserant
et faverant;» che anzi quella lega veniva stretta
maggiormente allora che nell'anno 1333 (Quod currentibus
annis 1342 de Menso Maj Dnus Lomus D. Raynaldi occupavit
Civitatem Aexii et ex tube aperta fuit frequens guerra in
dicta Civitate et locis circumstantibus et indicta Contrada
Castagnola et duravit usque ad adventum Domini legati qui
fuit de anno 1355. Da copia di un esame di piu' testimonii
del 1364 estratta dall'archivio di Jesi ed esistente nell'archivio
Simonetti), Lomo e Boorte coi loro figli si collegavano
con Giovanni Visconti Arcivescovo e Duca di Milano con istrumento
stpulato a Sarzana il 31 marzo di quell'anno stesso, alla
qual lega con molti Signori, Baroni, Citta' e Terre della
Marca convennero con molte e grandi potenze dell'Italia
e singolarmente i Fiorentini e la repubblica Veneta, per
sostenere Bologna, venuta in quei giorni alla signoria dei
Visconti ai quali il Pontefice Clemente VI ne avea fatta
la concessione a quei patti e condizioni che sono narrate
dal Platina.
Con costoro ajuti adunque
non meno che con le proprie forze e valore de' suoi figli
e nipoti, Lomo prosegui a governare e reggere quasi con
dispotica signoria la citta' di Jesi e il suo contado; ne'
gli scemo' mai l'acquistato dominio, finche' giunto in Italia
il Cardinale Egidio Albornoz, egli staccatosi dall'alleanza
coi malatesta, corse fra i primi fino a Gubbio ad ossequiarlo,
e con fina arte politica a rassegnare nelle sue mani la
citta', il contado e le altre terre che avea occupate, e
prestare inalterabile obbedienza a lui e alla Santa sede
(Compagnoni. Parte 1, Lib. 5 pag. 215).
Il Cardinale con diploma di
quell'anno stesso lo confermava Vicario della citta' per
la Santa Sede, e riconosceva i suoi discendenti per veri
signori di Jesi, e di altre terre che possedevano.
Morto Lomo, i figli di lui che furono Sciarra, Antonio Stefano,
Minetto e Lucemburgo, vennero confermati nella signoria
di Jesi e dichiarati essi pure Vicari della Santa Sede con
amplissime giurisdizioni e privilegi. Ricchi di sterminato
censo, e all'arte di accattarsi il favore dell'instabil
popolo con doni e moine, aggiungendo molto valor militare,
non fu magistratura che ad essi non venisse offerta, ne'
impresa per quanto difficile e scabra che alla loro esperienza
ed al loro valore non venisse affidata.
Sappiamo che Sciarra nel 1384
fu eletto Podesta'di Gubbio dal Conte Antonio di Montefeltro
Signore di Urbino. La citta' di Ancona il 28 dicembre 1382
spedivagli ambasciatore Fanello di Minighetto per ottenere
la liberazione di alcuni uomini di Varano e del Poggio presi
dalla gente d'arme dei Simonetti nei territori di Ancona,
d'Osimo, e di Recanati; ed egli per rendersi benevolo l'anconitano
senato, cortesemente lo mandava coi domandati prigioni.
Nel 1393 ai 9 del mese di novembre, a quietare l'intera
Marca scossa tutta intera dalle fazioni, collegavasi con
molte citta', terre e castelli, con Gentile e Rodolfo da
Varano Signori di camerino, con gli Smeducci di Sanseverino,
i Clavelli di Fabriano, gli Ottoni di Matelica, Benutino
Cima da Cingoli ed altri Signori e Baroni per posar giu'
le armi, e giurare una tregua della quale sottoscrisse le
condizioni insieme a' suoi nipoti Abaltitorto di Stefano,
e Brunoro di Antonio coi quali il 24 giugno dell'anno vegnente
conveniva a Castelfidardo per sottoscrivere una pace colle
due dette citta', e i nominati Signori, della quale annuente
Bonifacio IX, si reser garanti e mallevadori i Veneziani,
i Fiorentini e i Bolognesi ( Dnus Lomus de Aexio iverat
coram dno Legato Eugibium et eidem restituerat et dederam
omnia castra que ipse tenebat et dominabantur per eum. -
Copia estratta dall'archivio di Jesi Lib. Lettera D. Cifra
II esistente nell'Archivio della Famiglia).
Abaltitorto di Stefano al
dire del baldo( Compagnoni. Parte I, Lib. 5 pag. 262.) essendo
universalmente conosciuto per personaggio di grande dottrina
e molta esperienza nei pubblici affari, nella gravissima
contesa che era nata a quei giorni fra il Conte Antonio
di Montefeltro, e Francesco Gabrielli da Gubbio sopra il
castello di Cantiano, fu chiamato arbitro delle parti contendenti
insieme al Signor Giovanni Ungheri Signore di Sassoferrato,
e la costoro sentenza veniva approvata e confermata dallo
stesso Pontefice Bonifacio IX.
Minetto Simonetti fu molto
prode Capitano de' suoi tempi. Chiamato ai loro stipendi
dai cittadini di Siena e da essi spedito al soccorso di
Cortona assediata dai Perugini, si mostro' si' ardito ed
esperto condottiero che essendo presso all'oste nemica,
senza che nessun soldato perugino se ne avvedesse, egli
alla testa de' suoi, entro' nella assediata citta', e sulle
sue mura pianto' il glorioso stendardo della repubblica
Senese.
Brumoro figlio di Antonio
fu egli pure eccellente Capitano di quei tempi. Nel 1382
infierendo nella nostra Marca e in Italia tutta lo scisma
fra Urbano VI e Clemente VII, il Conte di Ginevra fratello
dell'Antipapa, era venuto con poderoso esercito da Bologna
ad Ancona, ed erasi impadronito di quella rocca. Uomo aspro
e crudele come era, avea subito gravato gli Anconitani del
pagamento di centoventimila scudi, minacciandoli di piu'
gravi pene, se non prestassero giuramento di fedelta' all'Antipapa
Clemente. Le citta' che aderivano ad Urbano VI mandarono
ajuti d'uomini e di denaro, e Jesi ed Osimo di comune accordo
spedirono venticinque lance a tre cavalli ciascuna, delle
quali non seppero ad altri affidare la condotta che al prode
Brunoro Simonetti che, come afferma Oddo di Biagio, stette
cola' a tutte sue spese, fino a che il Conte non fu cacciato,
e la rocca restituita agli Anconitani ( Repert. Consil.
Vol. 2 pag. 30). Raniero anch'egli figlio di Antonio, fu
uomo venuto per le sue virtu' in grande onoranza. Nel 1381
con molto suo onore esercito' la carica di Podesta' a Bologna
( Vedi Saraceni, Storia d' Ancona), e a mezzo di un suo
Collaterale nel 1397 esercitava quella ragguardevolissima
di Capitano e Conservatore di pace nella citta' di Todi,
che e' quanto a dire di Protettore e Difensore di quella
citta' (Muratori. Rerum Italic.Script. Vol. 18.).
Asceso che fu alla cattedra
di S. Pietro il Pontefice Bonifacio IX, conoscendo in quale
prestigio e potenza fosse ascesa la famiglia Simonetti,
e quali e quanti servigi avesse prestati alla Santa Sede
nella Marca Anconitana, per sempre piu' accattivarsela,
con Bolla del 6 maggio 1397 la confermo' nel dominio della
citta' di Jesi e suo contado, del castello di Accola, di
Serrasanquirico e di altri terre con nuovi privilegi e con
piena potesta' di mero e misto impero per lo spazio di 10
anni, mediante annuo tributo di cento cinquanta fiorini
d'oro in ricognizione del supremo e alto dominio della Chiesa,
qualificando i personaggi della famiglia Vicari della Santa
Sede, ed onorandoli dei titoli specialissimi di Nobili,
di Militi e di Domicelli nati della citta' di Jesi.
Nell'anno 1404 essendo morti Abatiltorto di Stefano e Lomo
di Lucemburgo, l'uno e l'altro compresi in quell'investitura,
Raniero brumoro ed altri superstiti della famiglia, fecero
istanza allo stesso Pontefice di surrogare in luogo di quelli
i loro figliuoli che furono Stefano di Abatiltorto, e Lucemburgo
di Lomo.
Il Pontefice sempre
benigno con questa famiglia con Bolla data in Roma il 27
gennajo 1405 accordo' la proroga e la surrogazione.
Ma la stella dei Simonetti
stava per declinare. Alli 30 novembre 1406 veniva eletto
Pontefice il Cardinale di S.Marco, Angelo Corario, che assumeva
il nome di Gregorio XII. vecchio molto innanzi negli anni,
disvolente oggi cio' che jeri avea promesso, or timoroso,
or qual bambino piangente, sentiva sotto i pie' crollarglisi
il trono; che Pietro di Luna e i suoi aderenti costringevanlo
ad abdicare, come egli stesso avea giurato prima del suo
innalzamento al Papato. Deciso di assicurare una fortuna
ai suoi nipoti prima di venire a quel passo, forse con lieto
animo vedeva i mali umori che serpeggiavano negli animi
degli Esini contro i Simonetti e andava meditando una usurpazione
della loro signoria e dei loro diritti ( L'abate Gio F.
Lancellotti in una sua Lettera al Conte Aurelio Guarneri
spedita a Staffolo senza data nel 1799 e che si conserva
nell'archivio Simonetti scrive queste parole: «Quelle
famiglie le quali di quando in quando aspirano al dominio
delle Citta' come fecero appunto Mercenario, Lomo ed altri
Simonetti in Jesi, i Cima in Cingoli, i Trinci in Foligno
era sotto lo avviso che discendano dagli antichi Conti Imperiali
esistiti nel IX e X secolo in tal citta' . » Se mi
fosse stato permesso di parlare liberamente di scrivere
da vero storico belle notizie che diedi dei Bipanti e Colucci,
avrei fatto toccar con mano che il tirannico poter dei Papi
forma il solo gius delle loro esurpazioni» . Gli Esini
piu' avidi di ricuperare la loro liberta' antica, che ligi
alle ambiziose mire del nuovo Pontefice, presero a pretesto
alcune taglie delle quali si credevan gravati dai Simonetti
per insorgere contro di essi. I primi a scuotere il giogo
del loro dominio furono gli abitanti della grossa terra
del Massaccio, alla quale nel mese di febbrajo una dopo
l'altra tenner dietro tutte le altre del Contado Jesino.
La citta' finalmente levatasi a rumore fu tutta in armi,
e i Simonetti sorpresi da questo quasi universale tumulto
nelle loro case in S. Martino, furono violentemente cacciati
senza speranza di mai piu' farvi ritorno. I loro beni furono
confiscati, e la citta' e il contado dati dal Papa in Vicariato
ai Malatesta in benemerenza dell'ospitalita' che gli avean
data nelle loro case di Rimini.
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