I SIMONETTI
a Cingoli
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Sciarra era uscito di vita
quando i Simonetti furono cacciati di Jesi. I figli
Giovanni o Vanni che fu il primogenito, Gentile e
Simonetto con Rinaldo di Minetto e brunoro di Antonio,
si refugiarono in Cingoli che essendo a poca distanza
da Jesi, posto in alto e forte sito, presentava ad
essi facile difesa dai loro nemici, e piu' facile
il destro di riconquistare, se fosse stato mai possibile,
la perduta signoria e i loro antichi diritti. Aveav
cola' oltre a cio'molti beni e feudi giurisdizionali
che bastavano a sostenere con dignita' l'antico nome
della famiglia. Prima cura di vanni fu di appellare
avanti il Rettore della marca, il quale fingendo di
riconoscere l'indebita espulsione, per dar vista di
voler soddisfare alle querele di Vanni, condannava
gli Esini per quella sedizione a gravi e grosse pene
che per tacito consenso del Rettore stesso, non avrebbero
mai espiate.
Per questa volpina politica,
i Simonetti non venivano a capo di nulla, e dovean
rimanersi contenti di essere trattenuti in Cingoli
molto onorevolmente e con soddisfazione dell'intera
cittadinanza, da Giovanni Cima antico loro amico e
confederato, fin d'allora (1404) che Brunoro Simonetti
con molti altri Principi e baroni di quel tempo, era
intervenuto di persona alle sue nozze con Bengarda
Brancaleoni, celebrate in Cingoli con quello sfarzo
che convenivasi al temuto Signore di quella terra.
Correva a quei giorni
assai riverito e temuto in Italia e fuori il nome
di Ladislao Re di Napoli, uno de' piu' illustri principi
di quell'eta', gran perturbatore di Roma e dello Stato
Ecclesiastico, come lo chiamo' il Muratori, e formidabile
a tutte le potenze della penisola Italica, alla cui
signoria ambiziosamente aspirava. Verso
la meta' di aprile di quell'anno stesso 1408 nel quale
i Simonetti erano stati cacciati da Jesi, era andato
con possente esercito di gente a pie' e a cavallo
a mettere il campo sotto Roma difesa allora da Paolo
Orsino il quale guadagnato dai danari e dalle offerte,
avea aperte le porte al Re che vi entro' solennemente
il 25 di quel mese stesso sotto ricco baldacchino
portato dal fiore della nobilta' Romana, e festeggiato
entusiasticamente dal popolo. Era corsa voce per le
bocche di tutti che il giovane Ladislao avesse occupata
Roma col consenso di Papa Gragorio XII da lui protetto
contro l'Antipapa Benedetto, affine di sventare il
congresso fra i due pontefici tante volte promesso
e tante volte dall'uno e dall'altro ad arte schivato
ed abborrito. La scorta di armi e di armati che il
Re stesso avea posto a guardia di Gregorio, ne avvalorava
con molta ragione il sospetto. Gentile Simonetti sdegnando
di vivere a Cingoli una vita inerte e senza gloria,
forse sperando che per l'aperta amicizia del Re col
Pontefice, la Famiglia Simonetti potrebbe essere nuovamente
immessa nella signoria di Jesi, tolti seco i due suoi
figli Angelo ed Antonio ando' con essi ad offrire
i loro servigi alla Corte di Napoli dove Ladislao
era ritornato in sulla fine del mese di Giugno di
quell'anno stesso dopo di aver creato nuovi Conservatori
di Roma e disposto a sua voglia di quel governo.
Accolti molto benignamente
dal Re, vennero immantinente con molto loro onore
impiegati nei primi uffici della Corte, nella quale,
a vero dire, non era del tutto ignoto il nome dei
Simonetti; avvegnache', come e' scritto nelle antiche
memorie che si conservano nell'archivio domestico
della famiglia, Vanni nella sua prima gioventu' era
stato alla corte di Napoli, e vi avea «servito
con distinte prerogative».
Angelo in virtu' de' suoi meriti entro si' presto
nelle grazie e nella affezzione di Ladislao che, come
ci venne assicurato da Lodrisio Crivelli, (Rorum.
Italie et Tomo 19, pag. 651.) era con lui presso Roccasecca,
(il 10 Giugno 1410, secondo quello scrittore, o il
19 Maggio del seguente anno secondo il Giannone e
il Muratori) dove venne a giornata con Luigi II d'Angio'
fratello di Carlo V Re di Francia, il quale essendo
gia' stato adottato per figliuolo della Regina Giovanna
Ia pretendeva alle eredita' ed ai diritti della Corona
di Napoli. Concertata a Bologna con papa Giovanni
XXIII la guerra contro Ladislao nell'anno precedente,
era entrato nel Regno con gagliardo esercito guidato
da Paolo Orsino, da Sforza Attendolo, da Braccio da
Montone e da altri illustri condottieri di quel tempo.
Sebbene Ladislao e i suoi valorosamente combattessero,
fu nulla pertanto siffattamente sconfitto, che lasciati
prigionieri il legato del Pontefice, i conti di Aquino,
di Celano, e di Alvito, e il fiore de' suoi gentiluomini,
ebbe a gran ventura salva la liberta' e la vita, mentre,
come racconta Angelo Costanzo «disperato della
vittoria si ridusse a tre ore di notte a Roccasecca,
e mutato cavallo se ne ando' a San Germano ove la
medesima notte si ritrovarono tutti quelli che erano
scampati dalla rotta» e fra questi il nostro
Angelo Simonetti.
Se non che staccati
dalla lega del Papa Giovanni XXIII i Fiorentini ai
quali per sessanta mila fiorini vendeva la citta'
di Cortona, guadagnato un'alta volta Paolo Orsino
uso al dire del Muratori a cangiar mantello secondo
esigeva il tempo e il guadagno, e con danari e promesse
avuto a suoi servigi Sforza Attendolo, il piu' prode
condottiero che contasse allora l'Italia, Ladislao
si rimise ben presto in forze, e tenne testa al nemico.
Spedite in fretta sue genti in Calabria e ricuperati
Crotone, Catanzaro ed altre citta' e castella, obbligo
Nicolo' Ruffo che la tenea per Luigi, a salvarsi in
Provenza da dove era venuto. Luigi trovati chiusi
i passi per inoltrarsi nel regno, e mancando di viveri
e di danaro per mantenere i soldati, usci' d'Italia
nell'Agosto di quell'anno stesso. Noi siam di parere
che in quella circostanza nella Corte di Ladislao,
Sforza Attendolo conoscesse il nostro Angelo Simonetti,
e richiamato a Napoli per fare il noviziato della
milizia il giovinetto Francesco suo figliuolo che
era paggio alla Corte di Nicolo' Marchese di Ferrara,
lo affidasse alla sua amicizia come ad uomo di gran
mente e consiglio. Fatto e' che il giovinetto pose
fin d'allora tanto affetto in Angelo, che venuto piu'
tardi in sugli anni, e pervenuto a quella celebrita'
che tutti sanno, lo ebbe e volle sempre seco carissimo.
Morto innanzi tempe
il Re Ladislao, e venuto il regno in mano di sua sorella
Giovanna seconda, Francesco Sforza sebbene o per maligni
consigli dei ministri o per gelosie di cortigiani
alternasse colle prigioni i favori della Regina che
a lui dovea in trono e forse la vita, pur tuttavia
chiamato da essa medesima suo Angelo tutelare, fu
per lungo tempo mente e braccio della nuova Corte,
ai sevigi della quale era pure con lui il nostro Angelo.
Accostatosi piu' tardi al Duca di Milano per i buoni
officii del Conte Guido Torello che nel 1424 avea
guidata a Napoli poderosa flotta genovese che Filippo
Maria avea spedita in favore della Regina, non volle
senza menar seco Angelo, allontanarsi dalla Corte
che risiedeva allora a Cosenza dove Antonio essendosi
accasato intorno a quel tempo, come risulta da un
antico manoscritto esistente nell'Archivio domestico
di casa Simonetti, rimaneva ai servigi di Giovanna
Seconda e del Re Luigi III dai quali era impiegato
a diverse cariche nobili in quella provincia.
Partito il Conte Francesco
Sforza dalla Corte di Napoli per acconciarsi ai servigi
del Duca di Milano, dal quale ebbe in moglie Bianca
Maria, sua figlia naturale, che portogli in dote la
citta' di Cremona ed altre castella, ebbe sempre seco
il nostro Simonetti; e quando piu' tardi resasi tributaria
Ancona e l'intera Marca, Papa Eugenio IV lo creava
Gonfaloniere della Chiesa, Angelo era sopra quanti
altri mai nell'intimita' del suo Signore presso il
quale godeva di molte grazie e favori a pro' delle
citta' occupate. Del che ci fa indubitata fede un
documento conservato nell'archivio suddetto, dal quale
apprendiamo che gli Anconitani per sdebitarsi in qualche
modo con lui dei tanti favori e grazie ottenute per
suo mezzo dal Conte, gli conferivano l'onore della
Cittadinanza. Il documento che nel giugno del 1726
servi' di base al Senato Anconitano per rinnovare
l'ambito Onore alla famiglia Simonetti di Osimo, come
vedremo piu' innanzi, e del tenore seguente "Congregato
et coadunato pubblico et generali Consilio auctoritatis
et Baliae magnificae Civitatis Anconae fuit in dicto
Consilio proprio motu facta proposita ut vir praestantissimus
Dnus ANGELUS DE SIMONETTIS strenuissimi ducis Mediolani
consiliarius et Secretarius semper Comune Anconae
singulariter affectus sit, et unice dilexit semper
et diliget Rempublicam Anconitanam summa dilectione
et amore, Anconam optime in cunctis complectens ac
ipsam opere et sermone favorabiliter adsistendo, quam
desinat benefacere ne Comune Anconae omnino beneficiorum
sit immemore ipse dmus Angelus tanquam de eadem Repubblica
benemeritus in civem Anconitanum assumetur : super
qua quidem proposita fuit solemniter ordinatum et
reformatum quod praefatus dmus Angelus suique filii,
Fratres, Nepotes Haeredes et omnes sui successores
sint et esse intelligantur Cives Anconitani Civitatis
Anconae et pro Anconitanis Civibus habeantur, teneantur
et reputentur, illisque gaudeant et gaudere possint
gratiis, privilegiis,immunitatibus, exemptionibus
quibus gaudent et gaudere possunt et solent alii cives
dictae Civitatis Amonae,ita quod de caetero Anconitani
Cives vocentur et appellentur, et sic fuit obtentum
".
Caduto piu' tardi lo
Sforza per false calunnie dei maligni nell'odio del
Duca, e da questo spedito a combatterlo nella Marca
Nicolo' Piccinino nemico aperto della fazione Sforzesca,
fu ridotto a tali strettezze di uomini e di danaro
da essere obbligato a ritirarsi nel territorio di
Urbino senza speranza di poter fermare i progressi
delle armi pontificie e duchesche contro lui collegate.
In tale miserando stato del Conte, Angelo Simonetti
non gli manco' menomamente di affezione e di fede;
che' anzi essendo allora suo ambasciadore ai Veneziani,
e venuto a a sapere per lettere del suo signore che
Francesco Piccinino figlio di Niccolo', e Luigi del
Verme erano iti per ordine del Duca a combattere Cremona
che, come vedemmo, dal Duca stesso era stata data
in dote a Bianca sua moglie, seppe cosi' bene destreggiare
coi primi magistrati di quella Repubblica, e cosi'abilmente
condurre i negoziati a favore del Conte che ottenuto
da essi buon nerbo di venete soldatesche comandate
da Michele Attendolo da Cotignola parente del Conte,
e Generale della Repubblica, alla testa di grossa
masnada di genti d'arme bresciane, pote' correre con
felice successo all'ajuto della assediata citta' ,
e mantenerla in fede del suo signore (Rerum. Ital.
Script. Tomo 21, pag. 380).
Per il qual fatto fu
talmente onorato dal Conte di ogni maniera di grazie
e favori, che salito alla dignita' di Duca nel 1450,
lo richiamo' dall'ambascieria al Re Alfonso di Napoli,
e lo volle seco a Milano suo Segretario e Consigliere
(Tomo cit. pag. 693). Con questi titoli lo vediamo
essere presente ai patti conclusi a Lodi il giorno
9 di Maggio di quell'anno stesso fra il Duca e Guglielmo
di Monferrato per la cessione al Duca stesso di Alessandria
ed altre terre, e siam molto lieti di fare osservare
ai lettori che in quell'atto riportato per intero
al Tomo XXIII pag. 728 Rer. Italic. Script. si legge
in fine " presenti i magnifici uomini Giovanni
Cossa di Napoli, Angelo delli Azzaioli di Fiorenza
milite, Boccacino degli Alamanni di Fiorenza, ed Angelo
Simonetta di Policastro del prelibato signor Duca
segretario e consigliere".
Fu allora che consenziente
il Duca, Angelo chiamava a Milano dalla Calabria il
fratello Antonio il quale come abbiamo detto essendosi
cola' accasato, condusse seco i suoi figli, Giovanni,
Andrea, e Francesco tanto celebrato nelle storie sotto
il nome di Cicco Simonetta. Giovanni fu anche egli
ai servigi del Duca che lo colmo' di beneficii. Scrisse
de rebus gestis Francisci Sfortiae Mediolanensis Ducis
libri XXI, ed ebbe nome di Terso scrittore latino
e di valente storico. Fu compreso nella disgrazia
di suo fratello Cicco e torturato come lui nel castello
di Pavia nel 1480, ma come il fratello non vi fu ucciso,
e visse fino al 1492. Andrea, piu' fortunato de' suoi
fratelli, fu Castellano di Monza nel 1457, ed ebbe
illistre e lunga discendenza. Angelo mori' nel 1472
dopo avere arricchita ed illustrata la famiglia la
quale venne per lui in grande rinomanza in Italia
e fuori.
Fu intorno a quel tempo
e precisamente nell'anno 1450 che un ramo dell'antichissima
Famiglia Simonetti rappresentato da Angelo di Gentile
staccato dal vecchio stipite Jesino, ed allignato
per qualche tempo a Policastro e a Cosenza in Calabria,
si trapianto e stabili' in Milano, cangiata con gergo
calabrese la desinenza del cognome con quello di Simonetta.
Prima di Angelo nessun Simonetta fu mai a Milano,
e chiunque voglia prendersi talento di rovistare gli
antichi registri di quell'illustre citta', potra'
convincersi che anteriormente a quell'epoca non vi
e' memoria alcuna di quell'illustre famiglia, e ne
sia non dubbia prova questa che in un pubblico istrumento
di quel tempo, o a meglio dire nei capitoli della
celebre pace di Lodi fra i Veneziani ed il Duca, stipulati
il giorno 9 di Aprile dell'anno 1454 si legge in fine
"Ego Michael de Grassis notarius subscripsi -Ego
Joannes de Valecsiis not. subscripsi -Ego Cichus de
Calabrio Ducalis secretarius (Tomo 16 op. cit. 1020).
Dunque Calabrese e non di Milano fu Cicco, come Antonius
Simoneta Calaber e chiamato dal Muratori il fratello
di Angelo e padre come abbiam veduto di Giovanni,Andrea,
e Cicco, del quale Marino Sanuto nelle vite dei Duchi
di Venezia (rer. Italic. script. vol. 22 pag.1211)scrisse
che "entrati questi due in Milano (Lodovico Sforza
e Roberto di San Severino) fecer ritenere Messer Cicco
di Calabria che fu segretario del Duca morto, e del
padre Duca Francesco, uomo vecchio e di grande ingegno,
il quale finora colla Duchessa avea governatom quello
stato, uomo molto pratico di cose di stato e il fecero
decapitare con quattro altri." . E piu' innanzi
alla pag. 1213 "a di' 19 Ottobre (1480) a Milano
fu fatta tagliare la testa a messer Cecco di Calabria
che fu segretario fedelissimo del Duca Galeazzo, il
quale insieme con Madonna Buona madre del Duca governava
lo stato di Milano". Checche' ne abbiano contrariamente
scritto e il P. Orazio Avicenna nelle sue memorie
di Cingoli e il Conte Aurelio Guarnieri e qualche
altro scrittore nel cadere del passato secolo, e'
un fatto incontrastato che la illustre famiglia milanese
usci' come questa d'Osimo da un medesimo stipite;
e noi senza pur tener conto delle cose fin qui discorse
e dei molti documenti antichi che esistono nel piu'
volte nominato Archivio, a comprovare il nostro assunto
ci gioveremo della deliberazione del 1726 del Senato
Anconitano, il quale volendo conferire ai Simonetti
di Osimo la cittadinanza di Ancona, prendeva a base
della sua determinazione il documento che noi abbiamo
disopra inscritto, e col quale gli antichi Anconitani
aveano conferita la cittadinanza ad Angelo e suoi
discendenti; e dopo aver portato a cielo i meriti
della famiglia di Osimo rappresentata allora dal Conte
Federico, ed enumerati gli antichi benefici che la
Repubblica Anconitana avea conseguiti dai Simonetti,
esce nel suo diploma in queste parole "Quo factum
est ut merito usque ab anno 1449 nobilissimi Progenitores
vestri, amissa tunc temporis aesina dinastya a nostra
repubblica inCivium ordinem pro se suisque in perpetuum
fuerint cooptati, atque in magno honore habiti sint
semper et propter avitam gloriam tam altis innixa
radicibus et per illam quam posteri, Cingulum primo
inde Auximum praeclarissimas Civitates profecti non
modo majorum, sed propria virtute fuggentes insigniter
adauscere, moltiplici illustrium continuata serie
virorum qui variis deinceps temporibus et armis et
literis tam saeculi quam Ecclesiae, et Inclitae quoque
Religionis Hierosolimitanae amplissimis dignitatibus
usque ad nostram tempestate excelluerunt sicuti de
his omnibus publica documenta ed ipsamet vetera nostrae
Civitates decreta seu codices aliique gravi rerum
nostrarum et Picaeni Scriptore uno ore testantur.
Quesitum igitur etc".
Dopo cio' all'immortal
Muratori che al tomo XXI Rer. Ital. Script. pag. 168
lascio' scritto "an ab uno stipite tam Mediolanenses
Simonetae, quam qui Auximim illustrant, olim prodierint,
aliis inquirendum reliquiam , non ci periteremo di
rispondere che i Simonetti di Osimo come i Simonetta
di Milano hanno la stessa origine, e l'una e l'altra
sono due rami di uno stesso nobilissimo ed antichissimo
stipite.
Simonetto che ebbe nome
di molto illustre capitano nell'esercito pontificio,
secondo che lascio' scritto il Marchesi di Forli'
e fu tanto accetto a Papa Pio II, ebbe un sol figlio
a nome Menario. Minetto un solo Rinaldo, e Brunoro
numerosa e molto illustre discendenza della quale
non ci occuperemo desiderosi come siamo di non spender
parole intorno ai diversi rami della nobil stirpe
dei Simonetti all'infuori di quello dal quale proviene
questa nostra famiglia di Osimo.
Ritornando pertanto
a Vanni che fu il capostipite del nobilissimo ramo
genealogico che andiamo illustrando, e' da sapersi
che non erano ancora trascorsi tre anni dacche' avea
perduta la signoria di Jesi, quando con molto onore
vide aggregata la sua famiglia alla nobile cittadinanza
Cingolanese, la quale nel 1413 si valeva dell'opera
sua per assestare alcune gravi differenze con un Confucio
Vice-Tesoriere della Marca, le quali differenze furono
cosi' da lui destramente composte, che la citta' gliene
seppe assai buon garbo; e ritornata in balia di se
stessa per la morte di Giovanni Cima avvenuta nel
1422, dichiaro' la sua famiglia fra le primarie e
piu' nobili, annoverando fra suoi consiglieri il suo
figlio Stefano al quale confidava pure le prime cariche
della Cingolana Repubblica.
Vivente costui, accadde
che per morte di Malatesta figliuolo di Galeotto signore
di Rimini, avvenuta senza successione, lo stato di
Jesi ricadesse liberamente alla Chiesa in tempo che
siedeva sulla cattedra di S. Pietro Papa Martino V
.
Stefano, Brunoro, e
gli altri Simonetti colsero quella circostanza per
supplicare il Pontefice perche' volesse reintegrarli
ne' loro antichi dominii, ma Martino rigetto' la domanda,
ed essi dovettero tenersi contenti di una bolla spedita
dal Vaticano nel Marzo del 1424, colla quale erano
reintegrati a tutti gli onori, privilegi, qualificazioni
e gradi che avevano esercitato nel tempo della loro
signoria in Jesi: venivano assoluti da tutte le pene
e bandi emanati contro di essi e della loro famiglia
durante il pontificato di Gregorio XII : chiamati
come ai tempi di Bonifacio IX col titolo di Domicelli
di Jesi, ma la citta' e il contado dovere ritenersi
proprieta' della Chiesa, e confermata la confisca
dei loro beni che insieme a quelli dei signori di
Boscaretto il 27 Giugno 1452 venivano venduti alla
citta stessa da Niccolo' V per i bisogni della Santa
Sede (Baldassini Girolamo, Storia di Jesi pag. 154.).
Da Stefano venne Brizio,
e da Brizio un Gabrielle ascritto esso pure fra i
nobili consiglieri di Cingoli. Fu
nel 1443 per i suoi molti meriti nominato da Papa
Eugenio IV Castellano della rocca di Colonnella, ed
impiegato piu' volte negli uffici pubblici della sua
patria, la quale vedendo a lei venire impugnato il
diritto del mero e misto impero per tanto tempo esercitato
sul suo popolo non solamente, ma ancora sugli abitanti
del suo contado, lo spediva ambasciadore al Cardinal
Legato della Marca nel 1450, nella qual missione seppe
cosi' abilmente maneggiarsi, che il 5 Dicembre del
1452 la citta' videsi dal Legato medesimo confermato
il privilegio e ridonata ai suoi antichi diritti.
Menata in moglie Barbara Boccacci, una delle piu'
ragguardevoli famiglie di Cingoli ebbe da quella gentildonna
Girolamo, Raffaele, Bernardino, e Gio: Pietro il quale
fu Protonotario Apostolico e Maestro di Camera del
Papa Clemente VII, nelle grazie del quale entro' si'
addentro, che fu il piu' bene affetto a quel sovrano
fra quanti eran prelati nella sua Corte. Splendidamente
generoso verso la patria l'arricchi di utili e preziosi
monumenti.
Bernardino mori' senza
prole.
Sappiamo di Raffaele
che datosi interamente all'esercizio dei pubblici
uffici, ottenne le principali cariche del Cingolano
Senato; e che nel 1475, memori quei cittadini del
dominio altra volta goduto da' suoi maggiori del forte
e ragguardevole castello di Castriccione, lo elessero
per castellano di quella importante rocca, alla qual
carica non ammettevano se non che personaggi nobili
e ragguardevolissimi. Piu' tardi nel 1481 lo spedivano
loro ambasciatore ad onorare ed ossequiare il Cardinal
Legato della Provincia. Lascio' dopo di se un unico
figlio che dal nome dell'avo si chiamo' Gabrielle.
Illustro' costui molto
splendidamente de' suoi Antenati con nobili e generose
azioni per le quali si fe' strada a molti e ragguardevolissimi
impieghi. Calcando le orme de' suoi piu' illustri
avi, s'applico' fin da primi anni nelle militari discipline
alla scuola di Niccola Maurizi da Tolentino, e di
Antonio Leiva di Cesena, celebrati capitani di quel
tempo, che erano allora agli stipendi della Santa
Sede. Mentre egli adunque sotto la disciplina del
Leiva comandava pel Pontefice una compagnia di Lance
a cavallo, trovossi insieme al detto suo maestro alla
celebre battaglia combattuta presso Ravenna il giorno
11 aprile del 1512, nella quale Gastone di Foix Duca'
di Nemours giovane di 22 anni caricando Spagnuoli
e Papalini alla testa dei suoi Francesi, sbaragliava
l'esercito confederato della Santa Lega. La battaglia
nella quale moriva lo stesso Gastone che Luigi XII
avea mandato a comandare l'esercito d'Italia, fu lunga
e sanguinosa. Il nostro Gabrielle sempre cola' ove
piu' acerba fervea la mischia, opero' in quella giornata
prodigi di valore, e con pochi de' suoi e grande suo
pericolo, libero' Giulio de' Medici dalle mani dei
nemici, e la citta' stessa di Ravenna da non lievi
infortunii. Del qual fatto il Medici mostro' al nostro
giovin Capitano tanta gratitudine che divenuto Papa
col nome di Clemente VII, lo elevo' al grado di Colonnello,
poscia a gran maestro di campo, e finalmente a Generale
di battaglia. Con questo grado, consensiente il Pontefice,
ito agli stipendi della Repubblica di Venezia, fu
a lui affidato il comando della cavalleria, e quello
di una fortezza della Repubblica nella quale si ha
per antica tradizione che si facesse apporre la sua
impresa gentilizia per averla egli risarcita e fortificata
in miglior forma a difesa dello stato veneto. Tornato
in Roma col nome d'uno fra i piu' distinti e valorosi
capitani del suo secolo, fu fatto segno a molti e
singolari onori, ed e' molto verosimile il credere
che il Pontefice in contemplazione de' servigi prestatigli
da lui allo stato, arricchisse di tante grazie, dignita'
ed onori il suo zio Gio: Pietro del quale abbiamo
parlato di sopra.
Alla morte di Clemente
VII, Gabrielle ritiratosi in patria collo zio, meno'
in moglie Sperandia figlia di Maggio Franceschini,
famiglia anche questa fra le piu' antiche e ragguardevoli
di Cingoli. Da questa Sperandia ebbe a figliuoli
Raffaele Cavaliere di
Santo Stefano il quale accasatosi con Aurelia Silvestri,
antichissima e nobilissima famiglia fra le piu' illustri
e primarie di Cingoli, ebbe da essa
Paolo e Gabriele che
al dire del Gamurrini fu il primo che in Cingoli vestisse
l'abito religioso di Malta.
Comandante di una delle
Galere Pontificie, spese poco tempo per dar saggio
del suo coraggio e valore, imperocche' colto da malattia
in Civitavecchia e di la' condotto a Corneto, dove
per suo diporto avea acquistato non pochi beni, vi
moriva giovanissimo nel 1591.
Luzio ed un altro Gabrielle
che mori' essendo agli studi in Roma.
Luzio applicatosi anch'esso
fin dalla prima giovinezza alla disciplina delle armi
in servizio della Santa Sede, ottenne pel suo valore
e scienza milare la ragguardevolissima carica di Castellano
della fortezza di Ancona.Ebbe in moglie Vittoria Cima
degli antichi Signori di Cingoli, lasciando dopo di
se un unica figlia per nome Camilla che nel 1568 venne
sposa in Osimo nell'antica e nobil Casa Dittaiuti,
colla qual gentil donna si estinse la linea di Raffaele.
Di Girolamo sappiamo
solamente che mancasse ai viventi in eta' assai matura
nell'anno 1518 e che lasciasse dopo di se' due figliuoli.
Giacomo e Bonfiglio.
Questi in eta' molto giovanile fu eletto Canonico
della Cattedrale di Osimo, e Abate commendatario dell'insigne
Abadia dei Santi Quattro Coronati per rinunzia fattagliene
con altri benefizi da Monsignor Gio: Pietro suo zio
come apprendiamo da bolle originali che si conservano
qui in Osimo nell'Archivio della famiglia. Andato
a studiare all'universita' di Bologna e preso cola'
da invincibil male, vi mori' giovanissimo il primo
giorno di Luglio del 1544, e fu sepolto in San Domenico.
Giacomo che visse lungamente,
fu acclamato Gonfaloniere di Cingoli nel 1552. Fu
egli che incomincio' a premeditare lo stabilimento
di sua Casa in Osimo, dove acquistati molti lati fondi,
impalmo' la nobile Egidia figlia di Pier Luigi Fiorenzi
Martorelli, sorella di una Beatrice maritata al nobile
Francesco di Aurelio Guarnieri, famiglie ambedue ragguardevolissime
della citta' e di antichissimo e nobilissimo lignaggio.
Egidia moriva in freschissima eta' lasciando al nostro
Giacomo due femmine, delle quali l'una a nome Diomeda
marito' ad Aquilio Franceschini di Cingoli, l'altra,
Faustina, a Giulio Talleoni nobilissima famiglia Osimana
oggi estinta. Continuando in suo pensiero a meditare
il traslocamento della sua Casa fra noi, crede' bene,
come fece, di unirsi in seconde nozze con Porzia figliuola
di Federico Sinibaldi Conte di Monte Zaro antica e
nobilissima famiglia ancor fiorente della citta' nostra.
Il qual Conte Federico avendo gia' mandata a nozze
nella nobil Casa Cini l'altra sua figlia Laura, avvenne
che il nostro Giacomo si imparentasse con cinque fra
le piu' illustri e nobili famiglie della citta', i
quali parentadi accrebbero di molto la fortuna di
sua famiglia; essendoche' venuto a morte nel 1684
l'ultimo superstite dei Cima che fu Monsignor Francesco,
celebratissimo letterato, esimio giureconsulto nella
Corte Romana, e Vescovo di Macerata e Tolentino, lascio'
a parti uguali l'intera e pingue sua eredita' ai Simonetti
ed ai Martorelli quali suoi prossimiori parenti. Da
Porzia Sinibaldi sua seconda moglie ebbe Giacomo un
unico figliuolo a nome Annibale di cui abbiamo che
nel 1585 ascese al nobilissimo grado di Gonfaloniere
in Cingoli. Menata in moglie la nobil Virgina Mannelli
di Jesi, illustre famiglia che discendeva dagli antichi
Signori di Rottacorda, ebbe da essa molti figli dei
quali rimasero superstiti Federico Bonfiglio, e Laura,
la quale bellissima e virtuosissima giovinetta, andata
a marito nel 1598 al Conte Gio. Francesco Baviera
di Sinigaglia, dopo diciotto mesi di matrimonio, il
25 Giugno 1600 moriva a soli ventun' anni a Roma ove
per diporto erasi trasferita col marito che in Santo
Onofrio le poneva onorevolissima ed affettuosissima
memoria.
Ci mancano affatto notizie
di Bonfiglio. Sappiamo di Federico che egli fu ascritto
con tutti i suoi discendenti al patriziato Osimano
il 30 Agosto 1652. Fu Gonfaloniere di Cingoli nel
1638 dopo il qual tempo, non sapremmo con certezza
indicare l'anno in cui trasferi' la casa in Osimo
dove, nel 1655 e 1657, lo troviamo eletto Gonfaloniere,
sebbene a Cingoli mantenesse ancora aperto ai membri
della famiglia l'avito bel Palazzo, e molti possedimenti
che formano ancora oggi parte integrante del vistoso
patrimonio della famiglia.
I SIMONETTI IN
OSIMO
Federico aveva sposata Barbara di Ascanio Silvestri
di antichissima e nobilissima famiglia Cingolana, dalla
quale ebbe Francesco, Annibale, Claudio, Giacomo, Rutilio,
Cosimo, Anna, Vittoria, ed Isabella; quella maritata
al nobile Agostino Salta, a quel tempo fra i piu' facoltosi
di Cingoli, questa a Scipione Guglielmi di Jesi. Cosimo
mori' nel Settembre del 1632 giovanissimo in Roma, dove
attendeva agli studi della giurisprudenza.
Rutilio datosi all'esercizio
delle armi fin dalla prima giovinezza, ebbe l'onore
di essere nominato da Papa Urbano VIII al grado di Alfiere
nell'esercito della Chiesa, che era a quei di' capitanato
dal Principe Francesco Alfieri.
Nel 1642 si accese guerra
pel Ducato di Castro e Ronciglione nella Provincia Viterbese,
fra il Pontefice ed Odoardo Farnese Duca di Parma e
Piacenza, aiutato in quella lotta dalle armi della repubblica
Veneta e da quella dei Fiorentini ai quali erasi unito
il Duca di Modena colla speranza di ricuperare Ferrara.
Il nostro Rutilio assunto in quella circostanza grado
di Capitano dei Cavalli, ebbe assai largoo campo di
mostrarsi quant'era prode nelle armi, talche' il Pontefice
a guerra finita, lo ricolmo' di doni e di onorificenza
come risulta da documenti che si conservano nel domestico
archivio della famiglia.
Di Giacomo sappiamo solamente
che resosi uomo di Chiesa fu eletto Canonico della Cattedrale
di Osimo, e per molti anni esercito' l'ufficio di Vicario
Generale di Loreto.
Annibale fu personaggio
di bella fama, ed accrebbe non poco il lustro della
famiglia. Annoverato fin da giovinetto fra i prelati
della Corte Romana, si die' tutto allo studio delle
scienze legali, nelle quali divenuto assai celebre giureconsulto,
esercito' molte ed importanti cariche, non ultima ne'
meno importante, quella di Uditore Generale a Bologna
del Legato Pontificio Cardinal Bonaccorsi. Ritornando
in Osimo dopo lunghe e gloriose fatiche ricco di molti
beneficii e di Abbazie, vi mori' a settantadue anni
nel 1682, e fu deposto nella nobile e ricca cappella
che la sua Famiglia avea poco prima dedicata a S. Francesco
di Paola nella Chiesa di S. Filippo Neri.
Da documenti esistenti
in famiglia apprendiamo che egli, e per suoi personali
meriti, e per il lustro della sua antica prosapia, fu
aggregato insieme ai suoi nobili fratelli e loro discendenti
in infinito, al grado di Patrizio e Nobile di Rieti
il 27 Dicembre 1662, e di Patrizio e Nobile di Roma
il 6 Settembre 1639. Il Papa Clemente X con breve del
1670 lo nominava coi fratelli e discendenti Nobile e
Cittadino di Credenza della citta' di macerata; e Ranuccio
Farnese Duca di Parma e Piacenza in contracambio dei
molti servigi prestatigli alla Corte di Roma, decorava
con amplissimo privilegio del 6 Gennaio 1671, i suoi
fratelli Francesco e Giacomo, che gli altri eran gia'
morti, col titolo di Conti ob eorum vetustam generis
nobolitatem.
Francesco il primogenito
di Federico, che propago' la Casa, e al pari de' suoi
illustri antenati, la fe' nobilmente risplendere, fu
Gonfaloniere di Osimo negli anni 1683 e 1689 come dai
pubblici libri di di Riformanze, ed uno dei Gonfalonieri
che nel 1688 si adunarono in Loreto per provvedere a
urgentissimi affari della provincia, al quale onore
ed incarico non eran designati che personaggi distintissimi
per nobilta' di sangue, e per virtu' di sapere. Designato
suo erede da Monsignor Francesco Cini Vescovo di Macerata,
ed ultimo rampollo di nobilissima stirpe Osimana, accrebbe
di molti prendii il florido stato della sua Casa, ed
a quelli che gia'possedeva , ne aggiunse altri non pochi
nella valle del Musone, poco lungi della quale su fertile
e ridentecollinetta, die' mano alla nobilissima e deliziosissima
Villa in san Paterniano, oggidi Villa Isotta la quale
accresciuta, come vedremo ed abbellita dai suoi discendenti,
e' fra le piu' decantate della provincia. Disposatosi
alla Nobil Giulia Marefoschi, ebbe da essa quattro figli
maschi ed una femmina e furono Federico, Ranieri,Claudio-Pio,
Cosimo ed Anna Virginia che fu maritata in Ancona al
Conte Ottavio Ferretti.
Il Conte Federico
nato il 29 Agosto 1671, a soli diecinove anni fu il
capo di sua famiglia, che il suo illustre padre passato
gia' a seconde nozze, era morto a Cingoli il 7 Novembre
1670. Educato nell'universita' di Macerata ad ogni maniera
di morali e cittadine virtu' che a gentile e costumato
Cavaliere si convengono, merce' le amorevoli e paterne
cure del Cardinale Prospero Marefoschi suo zio materno,
si acquisto' in patria e fuori molta stima e rispetto.
Nel 1701 sposo' ricchissima e nobilissima donna Romana,
Giulia martoli ultimo rampollo di illustre famiglia,
la quale con una vistosissima dote, gli porto' in casa
la parentela degli Orsini, dei massimo, dei Cenci, dei
Molari e di altre principali famiglie romane. Per questo
illustre parentado non meno che per le sue nobili virtu'
la cospicua sua famiglia venne giustamente reintegrata
ai primi gradi di nobilta' ed onori goduti per l'addietro
da suoi piu' antichi maggiori nella citta' di Jesi e
di Ancona. Difatti, il 15 Giugno 1726 il senato Esino
nei pubblici comizi di quel giorno, lo acclamava Patrizio
e Nobile della citta' insieme a' suoi discendenti a
pieni suffragi, come risulta da onorevole diploma del
30 Giugno di quell'anno stesso, e la citta' di Ancona
con diploma del 22 Dicembre 1728 lo nominava insieme
ai suoi fratelli e discendenti in infinito suo nobile
Cittadino e Patrizio. Nel 1720 e 1722 fu eletto Gonfaloniere
in Osimo, nel 1734 in Jesi e nel 1735 Anziano in Ancona,
grado a quel tempo ragguardevolissimo. Generoso e splendido
quanti altri mai della sua famiglia, ingrandi e ridusse
nell'attua forma l'avito palazzo, fece erigere la ricca
Cappella in San Filippo adornandola di preziosissimi
marmi e di un quadro del Solimene, ingradi' la deliziosissima
villa di S.Paterniano nella quale il Pontefice Benedetto
XIV accordando esenzioni e franchigie, concesse che
in ogni anno nel giorno 10 Luglio si tenesse una fiera
di ogni sorta di merci e bestiame, la quale a tutt'oggi
e' reputata tra le piu' frequentate della nostra provincia.
Cosimo applicatosi alla
militar disciplina, mori' giovanissimo a Ferrara l'anno
1703, Alfiere nell'esercito pontificio spedito cola'
due anni prima da Papa Clemente XI a difesa de' suoi
Stati in quella guerra che si accese in Italia per mote
avvenuta di Carlo II Re di Spagna.
L'Abate Claudio Pio mori'
anch'egli giovanissimo in Roma mentre attendeva cola'
a nobili studii.
Ranieri fu Cardinale amplissimo
di Santa Chiesa. Nacque nel 1675 il 13 Dicembre a Cingoli
nel tempo che per particolari interessi della famiglia,
eran cola' i suoi genitori. A sedici anni non ancor
compiuti, otteneva la laurea dottorale nell'Universita'
di Macerata, ove avea studiato col fratel suo Federico.
Condotto a Roma dal cardinal Marefoschi suo zio, dopo
di essere stato impiegato per alcun tempo nella Sacra
Romana Ruota, fu nominato nell'anno 1700 dal Papa Clemente
XI Uditore del Cardinal Gualtiero nella nunziatura di
Parigi, dove alla partenza del Cardinale, rimase, a
soli ventiquattr'anni, in qualita' di internunzio per
non breve tempo incaricato di gravissimi affari. Adempiute
con molta sua lode gravissime incombenze nella Fiandra,
in Olanda ed in altre Corti d'Europa, trattennesi piu'
mesi pel disbrigo d'importanti affari in quella di Lorena,
dove fu carissimo al Duca Leopoldo I che lo ricolmo'
di lodi e di onoreficenze. Ritornato appena in Italia,
fu nell'anno 1707 spedito a Napoli Uditore di quella
Nunziatura, nella quale, in tempi gravissimi, seppe
cosi' bene maneggiare gli interessi della Santa Sede,
che venuto in qualche amarezza col Nunzio, il Papa gli
affido' direttamente secrete e premurose commissioni,
e con lui per piu' tempo tenne di propria mano non interrotto
carteggio.
Vertevano a quel tempo
gravi controversie fra Clemente XI e il Duca Vittorio
Amedeo di Savoja. Il Papa spediva a Torino il Simonetti
Internunzio e Commissario Apostolico, affidandogli pure
il governo del Principato di Masserano e di altri Feudi
e Terre che si reggevano in quel Ducato a nome della
Santa Sede. Fu tanta la destrezza e la prudenza dell'Abate
Ranieri che il Pontefice, richiamatolo nel 1716 a Roma,
dove ritorno' accompagnato dai doni e dalle lodi del
Duca, lo assunse al cospicuo e nobil grado di suo Cameriere
d'onore, quindi di suo Prelato domestico, e nominollo
Canonico, prima di Santa Maria in Via Lata e poscia
della Basilica Vaticana. Per due interi lustri fu impiegato
nelle principali Congregazioni di Stato e in quelle
del Buon Governo, della visita Apostolica e dell'immunita'
Ecclesiastica. Nominato finalmente Votante nel supremo
tribunale della Segnatura di Giustizia, il Papa Benedetto
XIII dopo averlo egli stesso di sua mano ordinato Sacerdote,
lo innalzo' alla dignita' di Arcivescovo di Nicosia
nel concistoro secreto del 14 Giugno 1728.
Assunto appena al soglio
di S.Pietro Clemente XII; il nostro Ranieri era spedito
Nunzio alla corte di Napoli, dalla quale Nunziatura,
tanto a quei di' importante, uscito con molta sua lode,
e grande soddifazione della Santa Sede, il nuovo papa
Benedetto XIV lo nominava Governatore di Roma il giorno
9 Novembre 1743, e quattr' anni dopo, il 10 Aprile 1747,
Cardinale di Santa Chiesa. Eletto Arcivescovo di Viterbo,
moriva in quella citta' pieno di virtu' e di meriti
.
Dal Conte Federico e Giulia
Martoli vennero
Francesco, Rinaldo, Annibale
e Gabrielle.
Quest'ultimo vissuto molti
anni nel Collegio Romano fra quei nobili Convittori,
e nell'Accademia dei nobili Ecclesiastici alla Minerva,
fu segretario dell'Uditore della Sacra Ruota, ed occupo'
in Roma molte e nobili cariche, come risulta dalle sue
lettere esistenti presso la famiglia.
Annibale giovinetto di
grandi speranze, mori' a quattordici anni nel 1720 a
Roma dove attendeva gli studii.
Il Conte Rinaldo servi'
per piu' anni in qualita' di Paggio nella corte del
Duca Leopoldo I di Lorena, il quale lo assunse alla
Nobil carica di suo Ciamberlano di onore. Morto il Duca,
suo figlio Francesco I che fu poi Gran Duca di Toscana,
lo confermo' in quella sua qualifica, e lo nomino' suo
Cavaliere della Chiave d'oro, come si prova da una lettera
del ministro di sua Altezza Reale, Principe di Craoo,
diretta al Nunzio Ranieri il 7 Aprile 1739.
Il Conte Francesco essendo
ancora agli studii nel Colllegio Romano, ebbe l'onore
di essere prescelto per uno dei nobili Paggi che facessero
parte della Cavalcata pel possesso del Pontificato,
che prese il 16 Novembre 1721 con straordinaria pompa
il papa Innocenzio XIII il quale di molto proprio, con
Breve del 15 Dicembre di quell'anno medesimo, lo nominava
Cavaliere della Milizia Aureata e Conte di Palazzo.
Ritornato in patria dopo compiuti gli studii, meno'
in moglie gentilissima e nobilissima Dama Pesarese,
la Contessa Maria Eleonora Abati Olivieri. Da queste
nozze splendidamente festeggiate per otto continuati
giorni, nacquero
Annibale, Fabio, Giuseppe,
Raffaele, Prospero e Malatesta.
Degli ultimi due non abbiamo
notizia da registrare, e sappiamo solamente che morirono
molto giovani dopo essere stati ascritti fra Cavalieri
di Malta. Di Malatesta esistono ancora alcuni lodati
disegni di figura e paesaggio nella Villa di San Paterniano
e nel Palazzodi citta'.
Raffaele datosi fin da
giovinetto allo studio della Giurisprudenza riusci'
molto celebrato legista. Indossato
l'abito clericale fu tra i piu' distinti prelati della
Curia Romana . Occupo' con molto suo onore importantissime
cariche, e fu grandemente accetto ai Sommi Pontefici
Pio VI e Pio VII. Mori' pressoche' ottantenne nel 1818
lasciando una pingue eredita' e una preziosa Biblioteca.
Non abbiamo notizie di
sorta di Giuseppe che forse mori' in molto tenera eta'.
Fabio fin dalle fasce
fu insignito dell'Ordine Gerosolimitano. Cio' risulta
da un processo formato da due Commissari a cio' deputati,
il Commendatore Don Carlo Benedetto Giustiniani Romano,
ed il Commendatore Fra Vincenzo Ancajani da Spoleto,
e passato per giustizia nel 1737 tanto nell'assemblea
di Roma, quanto nella Ven. Lingua d'Italia in Malta,
l'Eminentissimo Cardinale Ruspoli che di quel tempo
era Gran Priore in Roma, scrivendo a Monsignor Ranieri,
allora Nunzio a Napoli, lo assicurava esser seguita
l'accettazione "con infinito decoro della Lingua
d'Italia e molto piu' del suo Priorato (Da antichi manoscritti
esistenti nell'Archivio della famiglia)."
Il Conte Annibale, primogenito,
nato nel 1733 crebbe di molto la sua splendidezza del
suo illustre casato. Educato fin dalla prima fanciullezza
alla scuola di nobili virtu' e di severi studii, si
acquisto' meritamente l'amore e il rispetto de' suoi
Concittadini i quali vollero che egli e tutti i primogeniti
della famiglia Simonetti fossero proclamati Gonfalonieri
della citta', senza obbligo di passare prima per le
minori magistrature e per i tre gradi dei Priori. Di
quest'atto degli Osimani in favore della famiglia Simonetti
si compiaceva lo stesso Pontefice Clemente XIII come
da lettera del 15 Novembre 1758 spedita al Comune di
Osimo dal Segretario di Stato Cardinale Torreggiani.
Nel 1778 il 20 Agosto fu ascritto insieme ai suoi discendenti
al patriziato di Monte Santo. Mecenate delle lettere
e delle arti, la sua Casa, aperta sempre agli eletti
ingegni, raccoglieva quanti eran letterati in patria,
fra i quali ebbe carissimi il Vescovo Compagnini, il
Conte Aurelio Guarnieri l'abate Gio.Francesco Lancillotti
i due Fratelli Pellegrino e Vincezo Roni, Marcantonio
Talleoni e il Canonico Andrea Lazzarini al quale allogo'
le pitture a fresco nella ricca sala del palazzo della
villa di San Paterniano, tutta messa a oro ed a lavori
di stucco, nella quale non sai se piu' ammirare o il
magistero dell'arte del rinomato pittore e distinto
letterato Pesarese, o la munifica splendidezza del Conte
il quale vissuto poch' anni in concorde matrimonio colla
nobil Contessa Maria Montecuccoli di Modena, mori' sul
fiore degli anni universalmente compianto, lasciando
in tenerissima eta' un maschio e cinque femmine che
furono
Raniero, Isabella che
vesti' l'abito delle Salesiane nella Terra di Offagna
, Margherita che ando' sposa al Conte Fabio fantaguzzi
a Cesena, Virginia al nobile Francesco Missini in Orvieto,
Giulia al Marchese Desiderio Gilberti a San Ginesio,
Enrichetta al Conte Cesare Gallo di Osimo, dal quale
proveni' la nobil famiglia tutt'ora fiorente.
Raniero era nato in Osimo
il 23 Ottobre del 1777. Rimasto orfano del padre in
tenerissima eta', ebbe ottima educazione dalla sua nobile
ed illustre genitrice, la quale matrona come era di
alti e generosi spiriti e di grande nobilissimo ingegno,
tutta dedicossi all'educazione dell'amata prole, ed
al buon andamento della famiglia che per molti anni
resse e governo' felicemente.
Cresciuto a nobili e civili
virtu', acquistossi ben presto l'amore e il rispetto
de' suoi Concittadini i quali a pieni suffragi il giorno
30 ventoso del 1798, e non avea compiuto ancor vent'un
anni, lo acclamarono Capitano della Quarta Compagnia
della Guardia Nazionale; e due anni dopo, il ventuno
Marzo del 1800, lo spedirono loro Ambasciatore a Venezia
al Papa Pio VII per congratularsi a nome della citta'
per la sua esaltazione al trono. Il qual Pontefice,
conosciute le nobili doti dell'animo del giovine conte
Raniero, e sapendolo ricchissimo d'avito censo, di chiara
stirpe e di gran sangue, con Bolla del 9 Agosto 1805
che incomincia " Romanus Pontifex Regis Regumque
Dominique dominantium vices in terris gerens" lo
innalzo alla dignita di Principe del Musone. Il giorno
8 Novembre del 1804 era stato inscritto insieme ai suoi
discendenti nell'ordine Senatorio del Patriziato Romano,
al quale come vedemmo era stata aggregata la sua famiglia
il giorno 6 Settembre del 1656.
Il 15 maggio 1815 il Generale
Maggiore Cavaliere di Geppert comandante le truppe Austriache
al blocco di Ancona, lo nominava membro della Giunta
Generale di approviggionamento; e nel Luglio dell'anno
stesso, per mandato ricevuto dal Cardinale Tiberi Delegato
Apostolico di Macerata, del Ducato di Camerino e di
Loreto, prendeva solenne possesso della citta' di Osimo
a nome del Pontefice. Fu consigliere piu' anni in Ancona,
in Osimo, a Cingoli, a Recanati, e a Montefano.
Amo' caldamente le lettere.
Sino a vecchio, i suoi libri prediletti furono gli Annali
del Muratori, e le altre opere di questo sommo Italiano,
delle quali ognuna avea letto riletto e ribadito nella
memoria per modo, che era una meraviglia udirne parlare
con tanta esattezza di epoche, di luoghi di persone.
Non era citta', o famiglia o illustre Stato, del quale
non sapesse tutti i fatti e le vicende. Si diletto'
molto della conoscenza e dell'amicizia di distinti letterati,
fra i quali Luca Fanciulli, Tommaso Moro, Nardi, l'abate
Pietro Quattrini, il Vogel, il Montanari, e lo Zannotti
che lo ricambiarono di benevolenza e rispetto. Fu esaminatore
delle belle lettere nel patrio Collegio Campana, e membro
dell'Osimana Accademia degli aletofili . Lo nominarono
loro socio corrispondente l'Accademia Economico-Agraria
di Perugia, la Georgica di Treja, e la Societa' Agraria
di Jesi. Alli 7 Maggio 1833 fu nominato membro della
Deputazione Araldica. Intanto alle migliorie de' suoi
vasti possedimenti, occupo' continuamente le braccia
di molti e molti ad isvariate opere, ed intere famigli
che vissero per lui senza abbassarsi alla vergogna dell'accatto,
benedicono ancora alla sua memoria.
Menata in moglie la Principessa
Donna Isotta Hercolani di Bologna, nobilissima donna
ornata d'ogni fior di virtu', ebbe da lei numerosa ed
eletta figliuolanza, tre maschi e cinque femmine che
marito' Donna Isotta col march. Don Francesco Mauri
a Roma, Donna Vittoria al Conte Alessandro Orfini a
Fuligno, Donna Federica al Marchese Honorato Honorati
a Jesi, Donna Giulia al nobile Cavaliere Giulio Gazzoli
a Terni, e Donna Laura al Conte Antonio Carradori di
Recanati, odierno Senatore del regno.
Don Annibale, il maggior
nato dei tre fratelli, compiuti con molta lode i primi
studii nel patrio Collegio Campana, ove fu Convittore,
si die' a tutt'uomo alle scienze economiche nelle quali
entro' si' addentro, da acquistarsi meritatamente il
nome di distinto finanziere. Osimo e Ancona gli affidarono
piu' volte importanti incarichi e le prime magistrature.
Chiamato a suo Ministro di Stato per le Finanze dall'attuale
Sommo Pontefice Pio IX nei primordi del suo Pontificato,
mostro' in quella eminente carica non comune abilita'
ed operosita notevolissima. Temprato l'animo alla scuola
di liberta' e patriottismo, resiste' nobilmente ed energicamente
in Ancona alle smodate ed intemperanti esigenze del
Commissario Ponteficio presso l'esercito Austriaco di
occupazione, dal qual fatto ebbe a soffrire amarezze
gravissime.In tempi difficilissimi soccorse piu' volte
la patria col senno e coll'opera. Tronco' in assai fresca
eta' miseramente i suoi giorni in Ancona il 24 Giugno
1857.
Don brunoro Gualtieri
seguendo fin da fanciullo l'orme de suoi illustri antenati,
ritrasse perfettamente da essi quelle virtu' che illustrarono
la sua breve vita. Tenerissimo della sua patria natia
non le venne mai meno ne' suoi bisogni. Non ambi' carichi
pubblici, ne' tenne magistrature. Nominato sindaco di
Osimo nel 1862, ricuso' quel grado. Condottosi a Nizza
per rinfrancare la sua mal ferma salute, vi mori' sul
fior dell'eta' nel 1868.
Il Principe Don Rinaldo,
la cui onorata memoria non cadra' mai per lungo volger
di tempo dall'animo de' suoi Osimani, ebbe da natura
forme di corpo belle e leggiadre, ingegno pronto e svegliato.
Temprato l'animo fin dalla prima giovinezza a forti
e gagliardi pensieri di liberta' e di patria, dedico'
tutta la sua vita al bene della sua terra natia, e della
nazione. Idolatrato per molte sue virtu' dai suoi concittadini,
fu ancor giovanissimo impiegato da essi in ardui ed
onorevoli uffici pubblici. Tenente Colonello nel patrio
battaglione della Guardia Civica nel 1847 e nel 1848,
rese alla citta' in supremi pericoli e difficili circostanze
importantissimi servigi. Accorso con meglio che suoi
cento Concittadini sui campi di Lombardia nella guerra
contro l'Austria, nel furore del combattimento a Treviso,
come nella gloriosa difesa di Vicenza, seppe tenere
col suo valore cosi' alto il nome d'Italia, che merito'
di essere nominato Colonnello sul campo di battaglia.
Ritornato in patria si die' tutto ai suoi servigi, Scuole
notturne e domenicali, Societa' di Mutuo Soccorso, Cassa
di Risparmio, Societa' Operaja, Asilo d'infanzia, o
furono da lui istituiti, o vissero pe' suoi incoraggiamenti
e per le sue Beneficenza.
Menata in moglie Illustre
donna Bolognese la marchesa Teresa Angeletti per elevatezza
di mente e per ogni maniera di morali e civili virtu'
prestantissima, si trasferi' in quella citta', dove
colle sue virtu' si acquisto' ben presto l'amore ed
il rispetto di quell'illustre Cittadinanza.
Non dimentico' mai pero'
la sua patria nativa che spesso spesso rideva nell'anno,
e per la quale crebbe in lui talmente l'affetto, che,
come apparisce dall'atto della sua ultima volonta',
non potea a lei portarne maggiore.
Il Principe Don Rinaldo
Simonetti fu affabile con tutti, piacevole, pieno di
umanita'. Soccorse il povero senza invilirlo, fu amico
dei personaggi politici e piu' cospicui del suo tempo.
Cavour, D'Azelio, Farini, Minghetti lo ebbero carissimo.
Membro del Comitato Nazionale Italiano colla voce e
colle opere affretto' l'indipendenza e l'unita' della
patria. Fu da Sua Maesta' Vittorio Emanuele II Re d'Italia
decorato dell'Ordine Equestre de' SS. Maurizio e Lazzaro
e di quello della Corona d'Italia, e piu' tardi lo si
nominava Commendatore di questi ordini stessi e Senatore
del regno. Mori' a Bagni della Porretta li' 4 Agosto
1870. La vita del Principe Don Rinaldo Simonetti fu
senza macchia, la morte fu pubblico lutto.
Dal Principe Don
Rinaldo e dalla Marchesa Teresa Angeletti nacque il
1o agosto 1858 la Principessa Isotta la quale nel giorno
6 Febbraio 1876 ando' sposa al nobil Giovane Signor
Conte Alessandro Fava-Ghisilieri ultimo rampollo di
una fra le piu' antiche ed illustri famiglie di Bologna.
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