ARALDICA  SIMONETTI

  I SIMONETTI a Cingoli

Sciarra era uscito di vita quando i Simonetti furono cacciati di Jesi. I figli Giovanni o Vanni che fu il primogenito, Gentile e Simonetto con Rinaldo di Minetto e brunoro di Antonio, si refugiarono in Cingoli che essendo a poca distanza da Jesi, posto in alto e forte sito, presentava ad essi facile difesa dai loro nemici, e piu' facile il destro di riconquistare, se fosse stato mai possibile, la perduta signoria e i loro antichi diritti. Aveav cola' oltre a cio'molti beni e feudi giurisdizionali che bastavano a sostenere con dignita' l'antico nome della famiglia. Prima cura di vanni fu di appellare avanti il Rettore della marca, il quale fingendo di riconoscere l'indebita espulsione, per dar vista di voler soddisfare alle querele di Vanni, condannava gli Esini per quella sedizione a gravi e grosse pene che per tacito consenso del Rettore stesso, non avrebbero mai espiate.
     Per questa volpina politica, i Simonetti non venivano a capo di nulla, e dovean rimanersi contenti di essere trattenuti in Cingoli molto onorevolmente e con soddisfazione dell'intera cittadinanza, da Giovanni Cima antico loro amico e confederato, fin d'allora (1404) che Brunoro Simonetti con molti altri Principi e baroni di quel tempo, era intervenuto di persona alle sue nozze con Bengarda Brancaleoni, celebrate in Cingoli con quello sfarzo che convenivasi al temuto Signore di quella terra.
     Correva a quei giorni assai riverito e temuto in Italia e fuori il nome di Ladislao Re di Napoli, uno de' piu' illustri principi di quell'eta', gran perturbatore di Roma e dello Stato Ecclesiastico, come lo chiamo' il Muratori, e formidabile a tutte le potenze della penisola Italica, alla cui signoria ambiziosamente aspirava.      Verso la meta' di aprile di quell'anno stesso 1408 nel quale i Simonetti erano stati cacciati da Jesi, era andato con possente esercito di gente a pie' e a cavallo a mettere il campo sotto Roma difesa allora da Paolo Orsino il quale guadagnato dai danari e dalle offerte, avea aperte le porte al Re che vi entro' solennemente il 25 di quel mese stesso sotto ricco baldacchino portato dal fiore della nobilta' Romana, e festeggiato entusiasticamente dal popolo. Era corsa voce per le bocche di tutti che il giovane Ladislao avesse occupata Roma col consenso di Papa Gragorio XII da lui protetto contro l'Antipapa Benedetto, affine di sventare il congresso fra i due pontefici tante volte promesso e tante volte dall'uno e dall'altro ad arte schivato ed abborrito. La scorta di armi e di armati che il Re stesso avea posto a guardia di Gregorio, ne avvalorava con molta ragione il sospetto. Gentile Simonetti sdegnando di vivere a Cingoli una vita inerte e senza gloria, forse sperando che per l'aperta amicizia del Re col Pontefice, la Famiglia Simonetti potrebbe essere nuovamente immessa nella signoria di Jesi, tolti seco i due suoi figli Angelo ed Antonio ando' con essi ad offrire i loro servigi alla Corte di Napoli dove Ladislao era ritornato in sulla fine del mese di Giugno di quell'anno stesso dopo di aver creato nuovi Conservatori di Roma e disposto a sua voglia di quel governo.
     Accolti molto benignamente dal Re, vennero immantinente con molto loro onore impiegati nei primi uffici della Corte, nella quale, a vero dire, non era del tutto ignoto il nome dei Simonetti; avvegnache', come e' scritto nelle antiche memorie che si conservano nell'archivio domestico della famiglia, Vanni nella sua prima gioventu' era stato alla corte di Napoli, e vi avea «servito con distinte prerogative».
Angelo in virtu' de' suoi meriti entro si' presto nelle grazie e nella affezzione di Ladislao che, come ci venne assicurato da Lodrisio Crivelli, (Rorum. Italie et Tomo 19, pag. 651.) era con lui presso Roccasecca, (il 10 Giugno 1410, secondo quello scrittore, o il 19 Maggio del seguente anno secondo il Giannone e il Muratori) dove venne a giornata con Luigi II d'Angio' fratello di Carlo V Re di Francia, il quale essendo gia' stato adottato per figliuolo della Regina Giovanna Ia pretendeva alle eredita' ed ai diritti della Corona di Napoli. Concertata a Bologna con papa Giovanni XXIII la guerra contro Ladislao nell'anno precedente, era entrato nel Regno con gagliardo esercito guidato da Paolo Orsino, da Sforza Attendolo, da Braccio da Montone e da altri illustri condottieri di quel tempo. Sebbene Ladislao e i suoi valorosamente combattessero, fu nulla pertanto siffattamente sconfitto, che lasciati prigionieri il legato del Pontefice, i conti di Aquino, di Celano, e di Alvito, e il fiore de' suoi gentiluomini, ebbe a gran ventura salva la liberta' e la vita, mentre, come racconta Angelo Costanzo «disperato della vittoria si ridusse a tre ore di notte a Roccasecca, e mutato cavallo se ne ando' a San Germano ove la medesima notte si ritrovarono tutti quelli che erano scampati dalla rotta» e fra questi il nostro Angelo Simonetti.
     Se non che staccati dalla lega del Papa Giovanni XXIII i Fiorentini ai quali per sessanta mila fiorini vendeva la citta' di Cortona, guadagnato un'alta volta Paolo Orsino uso al dire del Muratori a cangiar mantello secondo esigeva il tempo e il guadagno, e con danari e promesse avuto a suoi servigi Sforza Attendolo, il piu' prode condottiero che contasse allora l'Italia, Ladislao si rimise ben presto in forze, e tenne testa al nemico. Spedite in fretta sue genti in Calabria e ricuperati Crotone, Catanzaro ed altre citta' e castella, obbligo Nicolo' Ruffo che la tenea per Luigi, a salvarsi in Provenza da dove era venuto. Luigi trovati chiusi i passi per inoltrarsi nel regno, e mancando di viveri e di danaro per mantenere i soldati, usci' d'Italia nell'Agosto di quell'anno stesso. Noi siam di parere che in quella circostanza nella Corte di Ladislao, Sforza Attendolo conoscesse il nostro Angelo Simonetti, e richiamato a Napoli per fare il noviziato della milizia il giovinetto Francesco suo figliuolo che era paggio alla Corte di Nicolo' Marchese di Ferrara, lo affidasse alla sua amicizia come ad uomo di gran mente e consiglio. Fatto e' che il giovinetto pose fin d'allora tanto affetto in Angelo, che venuto piu' tardi in sugli anni, e pervenuto a quella celebrita' che tutti sanno, lo ebbe e volle sempre seco carissimo.
     Morto innanzi tempe il Re Ladislao, e venuto il regno in mano di sua sorella Giovanna seconda, Francesco Sforza sebbene o per maligni consigli dei ministri o per gelosie di cortigiani alternasse colle prigioni i favori della Regina che a lui dovea in trono e forse la vita, pur tuttavia chiamato da essa medesima suo Angelo tutelare, fu per lungo tempo mente e braccio della nuova Corte, ai sevigi della quale era pure con lui il nostro Angelo. Accostatosi piu' tardi al Duca di Milano per i buoni officii del Conte Guido Torello che nel 1424 avea guidata a Napoli poderosa flotta genovese che Filippo Maria avea spedita in favore della Regina, non volle senza menar seco Angelo, allontanarsi dalla Corte che risiedeva allora a Cosenza dove Antonio essendosi accasato intorno a quel tempo, come risulta da un antico manoscritto esistente nell'Archivio domestico di casa Simonetti, rimaneva ai servigi di Giovanna Seconda e del Re Luigi III dai quali era impiegato a diverse cariche nobili in quella provincia.
     Partito il Conte Francesco Sforza dalla Corte di Napoli per acconciarsi ai servigi del Duca di Milano, dal quale ebbe in moglie Bianca Maria, sua figlia naturale, che portogli in dote la citta' di Cremona ed altre castella, ebbe sempre seco il nostro Simonetti; e quando piu' tardi resasi tributaria Ancona e l'intera Marca, Papa Eugenio IV lo creava Gonfaloniere della Chiesa, Angelo era sopra quanti altri mai nell'intimita' del suo Signore presso il quale godeva di molte grazie e favori a pro' delle citta' occupate. Del che ci fa indubitata fede un documento conservato nell'archivio suddetto, dal quale apprendiamo che gli Anconitani per sdebitarsi in qualche modo con lui dei tanti favori e grazie ottenute per suo mezzo dal Conte, gli conferivano l'onore della Cittadinanza. Il documento che nel giugno del 1726 servi' di base al Senato Anconitano per rinnovare l'ambito Onore alla famiglia Simonetti di Osimo, come vedremo piu' innanzi, e del tenore seguente "Congregato et coadunato pubblico et generali Consilio auctoritatis et Baliae magnificae Civitatis Anconae fuit in dicto Consilio proprio motu facta proposita ut vir praestantissimus Dnus ANGELUS DE SIMONETTIS strenuissimi ducis Mediolani consiliarius et Secretarius semper Comune Anconae singulariter affectus sit, et unice dilexit semper et diliget Rempublicam Anconitanam summa dilectione et amore, Anconam optime in cunctis complectens ac ipsam opere et sermone favorabiliter adsistendo, quam desinat benefacere ne Comune Anconae omnino beneficiorum sit immemore ipse dmus Angelus tanquam de eadem Repubblica benemeritus in civem Anconitanum assumetur : super qua quidem proposita fuit solemniter ordinatum et reformatum quod praefatus dmus Angelus suique filii, Fratres, Nepotes Haeredes et omnes sui successores sint et esse intelligantur Cives Anconitani Civitatis Anconae et pro Anconitanis Civibus habeantur, teneantur et reputentur, illisque gaudeant et gaudere possint gratiis, privilegiis,immunitatibus, exemptionibus quibus gaudent et gaudere possunt et solent alii cives dictae Civitatis Amonae,ita quod de caetero Anconitani Cives vocentur et appellentur, et sic fuit obtentum ".
     Caduto piu' tardi lo Sforza per false calunnie dei maligni nell'odio del Duca, e da questo spedito a combatterlo nella Marca Nicolo' Piccinino nemico aperto della fazione Sforzesca, fu ridotto a tali strettezze di uomini e di danaro da essere obbligato a ritirarsi nel territorio di Urbino senza speranza di poter fermare i progressi delle armi pontificie e duchesche contro lui collegate. In tale miserando stato del Conte, Angelo Simonetti non gli manco' menomamente di affezione e di fede; che' anzi essendo allora suo ambasciadore ai Veneziani, e venuto a a sapere per lettere del suo signore che Francesco Piccinino figlio di Niccolo', e Luigi del Verme erano iti per ordine del Duca a combattere Cremona che, come vedemmo, dal Duca stesso era stata data in dote a Bianca sua moglie, seppe cosi' bene destreggiare coi primi magistrati di quella Repubblica, e cosi'abilmente condurre i negoziati a favore del Conte che ottenuto da essi buon nerbo di venete soldatesche comandate da Michele Attendolo da Cotignola parente del Conte, e Generale della Repubblica, alla testa di grossa masnada di genti d'arme bresciane, pote' correre con felice successo all'ajuto della assediata citta' , e mantenerla in fede del suo signore (Rerum. Ital. Script. Tomo 21, pag. 380).
     Per il qual fatto fu talmente onorato dal Conte di ogni maniera di grazie e favori, che salito alla dignita' di Duca nel 1450, lo richiamo' dall'ambascieria al Re Alfonso di Napoli, e lo volle seco a Milano suo Segretario e Consigliere (Tomo cit. pag. 693). Con questi titoli lo vediamo essere presente ai patti conclusi a Lodi il giorno 9 di Maggio di quell'anno stesso fra il Duca e Guglielmo di Monferrato per la cessione al Duca stesso di Alessandria ed altre terre, e siam molto lieti di fare osservare ai lettori che in quell'atto riportato per intero al Tomo XXIII pag. 728 Rer. Italic. Script. si legge in fine " presenti i magnifici uomini Giovanni Cossa di Napoli, Angelo delli Azzaioli di Fiorenza milite, Boccacino degli Alamanni di Fiorenza, ed Angelo Simonetta di Policastro del prelibato signor Duca segretario e consigliere".
     Fu allora che consenziente il Duca, Angelo chiamava a Milano dalla Calabria il fratello Antonio il quale come abbiamo detto essendosi cola' accasato, condusse seco i suoi figli, Giovanni, Andrea, e Francesco tanto celebrato nelle storie sotto il nome di Cicco Simonetta. Giovanni fu anche egli ai servigi del Duca che lo colmo' di beneficii. Scrisse de rebus gestis Francisci Sfortiae Mediolanensis Ducis libri XXI, ed ebbe nome di Terso scrittore latino e di valente storico. Fu compreso nella disgrazia di suo fratello Cicco e torturato come lui nel castello di Pavia nel 1480, ma come il fratello non vi fu ucciso, e visse fino al 1492. Andrea, piu' fortunato de' suoi fratelli, fu Castellano di Monza nel 1457, ed ebbe illistre e lunga discendenza. Angelo mori' nel 1472 dopo avere arricchita ed illustrata la famiglia la quale venne per lui in grande rinomanza in Italia e fuori.
     Fu intorno a quel tempo e precisamente nell'anno 1450 che un ramo dell'antichissima Famiglia Simonetti rappresentato da Angelo di Gentile staccato dal vecchio stipite Jesino, ed allignato per qualche tempo a Policastro e a Cosenza in Calabria, si trapianto e stabili' in Milano, cangiata con gergo calabrese la desinenza del cognome con quello di Simonetta. Prima di Angelo nessun Simonetta fu mai a Milano, e chiunque voglia prendersi talento di rovistare gli antichi registri di quell'illustre citta', potra' convincersi che anteriormente a quell'epoca non vi e' memoria alcuna di quell'illustre famiglia, e ne sia non dubbia prova questa che in un pubblico istrumento di quel tempo, o a meglio dire nei capitoli della celebre pace di Lodi fra i Veneziani ed il Duca, stipulati il giorno 9 di Aprile dell'anno 1454 si legge in fine "Ego Michael de Grassis notarius subscripsi -Ego Joannes de Valecsiis not. subscripsi -Ego Cichus de Calabrio Ducalis secretarius (Tomo 16 op. cit. 1020). Dunque Calabrese e non di Milano fu Cicco, come Antonius Simoneta Calaber e chiamato dal Muratori il fratello di Angelo e padre come abbiam veduto di Giovanni,Andrea, e Cicco, del quale Marino Sanuto nelle vite dei Duchi di Venezia (rer. Italic. script. vol. 22 pag.1211)scrisse che "entrati questi due in Milano (Lodovico Sforza e Roberto di San Severino) fecer ritenere Messer Cicco di Calabria che fu segretario del Duca morto, e del padre Duca Francesco, uomo vecchio e di grande ingegno, il quale finora colla Duchessa avea governatom quello stato, uomo molto pratico di cose di stato e il fecero decapitare con quattro altri." . E piu' innanzi alla pag. 1213 "a di' 19 Ottobre (1480) a Milano fu fatta tagliare la testa a messer Cecco di Calabria che fu segretario fedelissimo del Duca Galeazzo, il quale insieme con Madonna Buona madre del Duca governava lo stato di Milano". Checche' ne abbiano contrariamente scritto e il P. Orazio Avicenna nelle sue memorie di Cingoli e il Conte Aurelio Guarnieri e qualche altro scrittore nel cadere del passato secolo, e' un fatto incontrastato che la illustre famiglia milanese usci' come questa d'Osimo da un medesimo stipite; e noi senza pur tener conto delle cose fin qui discorse e dei molti documenti antichi che esistono nel piu' volte nominato Archivio, a comprovare il nostro assunto ci gioveremo della deliberazione del 1726 del Senato Anconitano, il quale volendo conferire ai Simonetti di Osimo la cittadinanza di Ancona, prendeva a base della sua determinazione il documento che noi abbiamo disopra inscritto, e col quale gli antichi Anconitani aveano conferita la cittadinanza ad Angelo e suoi discendenti; e dopo aver portato a cielo i meriti della famiglia di Osimo rappresentata allora dal Conte Federico, ed enumerati gli antichi benefici che la Repubblica Anconitana avea conseguiti dai Simonetti, esce nel suo diploma in queste parole "Quo factum est ut merito usque ab anno 1449 nobilissimi Progenitores vestri, amissa tunc temporis aesina dinastya a nostra repubblica inCivium ordinem pro se suisque in perpetuum fuerint cooptati, atque in magno honore habiti sint semper et propter avitam gloriam tam altis innixa radicibus et per illam quam posteri, Cingulum primo inde Auximum praeclarissimas Civitates profecti non modo majorum, sed propria virtute fuggentes insigniter adauscere, moltiplici illustrium continuata serie virorum qui variis deinceps temporibus et armis et literis tam saeculi quam Ecclesiae, et Inclitae quoque Religionis Hierosolimitanae amplissimis dignitatibus usque ad nostram tempestate excelluerunt sicuti de his omnibus publica documenta ed ipsamet vetera nostrae Civitates decreta seu codices aliique gravi rerum nostrarum et Picaeni Scriptore uno ore testantur. Quesitum igitur etc".
     Dopo cio' all'immortal Muratori che al tomo XXI Rer. Ital. Script. pag. 168 lascio' scritto "an ab uno stipite tam Mediolanenses Simonetae, quam qui Auximim illustrant, olim prodierint, aliis inquirendum reliquiam , non ci periteremo di rispondere che i Simonetti di Osimo come i Simonetta di Milano hanno la stessa origine, e l'una e l'altra sono due rami di uno stesso nobilissimo ed antichissimo stipite.
     Simonetto che ebbe nome di molto illustre capitano nell'esercito pontificio, secondo che lascio' scritto il Marchesi di Forli' e fu tanto accetto a Papa Pio II, ebbe un sol figlio a nome Menario. Minetto un solo Rinaldo, e Brunoro numerosa e molto illustre discendenza della quale non ci occuperemo desiderosi come siamo di non spender parole intorno ai diversi rami della nobil stirpe dei Simonetti all'infuori di quello dal quale proviene questa nostra famiglia di Osimo.
     Ritornando pertanto a Vanni che fu il capostipite del nobilissimo ramo genealogico che andiamo illustrando, e' da sapersi che non erano ancora trascorsi tre anni dacche' avea perduta la signoria di Jesi, quando con molto onore vide aggregata la sua famiglia alla nobile cittadinanza Cingolanese, la quale nel 1413 si valeva dell'opera sua per assestare alcune gravi differenze con un Confucio Vice-Tesoriere della Marca, le quali differenze furono cosi' da lui destramente composte, che la citta' gliene seppe assai buon garbo; e ritornata in balia di se stessa per la morte di Giovanni Cima avvenuta nel 1422, dichiaro' la sua famiglia fra le primarie e piu' nobili, annoverando fra suoi consiglieri il suo figlio Stefano al quale confidava pure le prime cariche della Cingolana Repubblica.
     Vivente costui, accadde che per morte di Malatesta figliuolo di Galeotto signore di Rimini, avvenuta senza successione, lo stato di Jesi ricadesse liberamente alla Chiesa in tempo che siedeva sulla cattedra di S. Pietro Papa Martino V .
     Stefano, Brunoro, e gli altri Simonetti colsero quella circostanza per supplicare il Pontefice perche' volesse reintegrarli ne' loro antichi dominii, ma Martino rigetto' la domanda, ed essi dovettero tenersi contenti di una bolla spedita dal Vaticano nel Marzo del 1424, colla quale erano reintegrati a tutti gli onori, privilegi, qualificazioni e gradi che avevano esercitato nel tempo della loro signoria in Jesi: venivano assoluti da tutte le pene e bandi emanati contro di essi e della loro famiglia durante il pontificato di Gregorio XII : chiamati come ai tempi di Bonifacio IX col titolo di Domicelli di Jesi, ma la citta' e il contado dovere ritenersi proprieta' della Chiesa, e confermata la confisca dei loro beni che insieme a quelli dei signori di Boscaretto il 27 Giugno 1452 venivano venduti alla citta stessa da Niccolo' V per i bisogni della Santa Sede (Baldassini Girolamo, Storia di Jesi pag. 154.).
     Da Stefano venne Brizio, e da Brizio un Gabrielle ascritto esso pure fra i nobili consiglieri di Cingoli.      Fu nel 1443 per i suoi molti meriti nominato da Papa Eugenio IV Castellano della rocca di Colonnella, ed impiegato piu' volte negli uffici pubblici della sua patria, la quale vedendo a lei venire impugnato il diritto del mero e misto impero per tanto tempo esercitato sul suo popolo non solamente, ma ancora sugli abitanti del suo contado, lo spediva ambasciadore al Cardinal Legato della Marca nel 1450, nella qual missione seppe cosi' abilmente maneggiarsi, che il 5 Dicembre del 1452 la citta' videsi dal Legato medesimo confermato il privilegio e ridonata ai suoi antichi diritti. Menata in moglie Barbara Boccacci, una delle piu' ragguardevoli famiglie di Cingoli ebbe da quella gentildonna Girolamo, Raffaele, Bernardino, e Gio: Pietro il quale fu Protonotario Apostolico e Maestro di Camera del Papa Clemente VII, nelle grazie del quale entro' si' addentro, che fu il piu' bene affetto a quel sovrano fra quanti eran prelati nella sua Corte. Splendidamente generoso verso la patria l'arricchi di utili e preziosi monumenti.
     Bernardino mori' senza prole.
     Sappiamo di Raffaele che datosi interamente all'esercizio dei pubblici uffici, ottenne le principali cariche del Cingolano Senato; e che nel 1475, memori quei cittadini del dominio altra volta goduto da' suoi maggiori del forte e ragguardevole castello di Castriccione, lo elessero per castellano di quella importante rocca, alla qual carica non ammettevano se non che personaggi nobili e ragguardevolissimi. Piu' tardi nel 1481 lo spedivano loro ambasciatore ad onorare ed ossequiare il Cardinal Legato della Provincia. Lascio' dopo di se un unico figlio che dal nome dell'avo si chiamo' Gabrielle.
     Illustro' costui molto splendidamente de' suoi Antenati con nobili e generose azioni per le quali si fe' strada a molti e ragguardevolissimi impieghi. Calcando le orme de' suoi piu' illustri avi, s'applico' fin da primi anni nelle militari discipline alla scuola di Niccola Maurizi da Tolentino, e di Antonio Leiva di Cesena, celebrati capitani di quel tempo, che erano allora agli stipendi della Santa Sede. Mentre egli adunque sotto la disciplina del Leiva comandava pel Pontefice una compagnia di Lance a cavallo, trovossi insieme al detto suo maestro alla celebre battaglia combattuta presso Ravenna il giorno 11 aprile del 1512, nella quale Gastone di Foix Duca' di Nemours giovane di 22 anni caricando Spagnuoli e Papalini alla testa dei suoi Francesi, sbaragliava l'esercito confederato della Santa Lega. La battaglia nella quale moriva lo stesso Gastone che Luigi XII avea mandato a comandare l'esercito d'Italia, fu lunga e sanguinosa. Il nostro Gabrielle sempre cola' ove piu' acerba fervea la mischia, opero' in quella giornata prodigi di valore, e con pochi de' suoi e grande suo pericolo, libero' Giulio de' Medici dalle mani dei nemici, e la citta' stessa di Ravenna da non lievi infortunii. Del qual fatto il Medici mostro' al nostro giovin Capitano tanta gratitudine che divenuto Papa col nome di Clemente VII, lo elevo' al grado di Colonnello, poscia a gran maestro di campo, e finalmente a Generale di battaglia. Con questo grado, consensiente il Pontefice, ito agli stipendi della Repubblica di Venezia, fu a lui affidato il comando della cavalleria, e quello di una fortezza della Repubblica nella quale si ha per antica tradizione che si facesse apporre la sua impresa gentilizia per averla egli risarcita e fortificata in miglior forma a difesa dello stato veneto. Tornato in Roma col nome d'uno fra i piu' distinti e valorosi capitani del suo secolo, fu fatto segno a molti e singolari onori, ed e' molto verosimile il credere che il Pontefice in contemplazione de' servigi prestatigli da lui allo stato, arricchisse di tante grazie, dignita' ed onori il suo zio Gio: Pietro del quale abbiamo parlato di sopra.
     Alla morte di Clemente VII, Gabrielle ritiratosi in patria collo zio, meno' in moglie Sperandia figlia di Maggio Franceschini, famiglia anche questa fra le piu' antiche e ragguardevoli di Cingoli. Da questa Sperandia ebbe a figliuoli
     Raffaele Cavaliere di Santo Stefano il quale accasatosi con Aurelia Silvestri, antichissima e nobilissima famiglia fra le piu' illustri e primarie di Cingoli, ebbe da essa
     Paolo e Gabriele che al dire del Gamurrini fu il primo che in Cingoli vestisse l'abito religioso di Malta.
     Comandante di una delle Galere Pontificie, spese poco tempo per dar saggio del suo coraggio e valore, imperocche' colto da malattia in Civitavecchia e di la' condotto a Corneto, dove per suo diporto avea acquistato non pochi beni, vi moriva giovanissimo nel 1591.
     Luzio ed un altro Gabrielle che mori' essendo agli studi in Roma.
     Luzio applicatosi anch'esso fin dalla prima giovinezza alla disciplina delle armi in servizio della Santa Sede, ottenne pel suo valore e scienza milare la ragguardevolissima carica di Castellano della fortezza di Ancona.Ebbe in moglie Vittoria Cima degli antichi Signori di Cingoli, lasciando dopo di se un unica figlia per nome Camilla che nel 1568 venne sposa in Osimo nell'antica e nobil Casa Dittaiuti, colla qual gentil donna si estinse la linea di Raffaele.
     Di Girolamo sappiamo solamente che mancasse ai viventi in eta' assai matura nell'anno 1518 e che lasciasse dopo di se' due figliuoli.
     Giacomo e Bonfiglio. Questi in eta' molto giovanile fu eletto Canonico della Cattedrale di Osimo, e Abate commendatario dell'insigne Abadia dei Santi Quattro Coronati per rinunzia fattagliene con altri benefizi da Monsignor Gio: Pietro suo zio come apprendiamo da bolle originali che si conservano qui in Osimo nell'Archivio della famiglia. Andato a studiare all'universita' di Bologna e preso cola' da invincibil male, vi mori' giovanissimo il primo giorno di Luglio del 1544, e fu sepolto in San Domenico.
     Giacomo che visse lungamente, fu acclamato Gonfaloniere di Cingoli nel 1552. Fu egli che incomincio' a premeditare lo stabilimento di sua Casa in Osimo, dove acquistati molti lati fondi, impalmo' la nobile Egidia figlia di Pier Luigi Fiorenzi Martorelli, sorella di una Beatrice maritata al nobile Francesco di Aurelio Guarnieri, famiglie ambedue ragguardevolissime della citta' e di antichissimo e nobilissimo lignaggio. Egidia moriva in freschissima eta' lasciando al nostro Giacomo due femmine, delle quali l'una a nome Diomeda marito' ad Aquilio Franceschini di Cingoli, l'altra, Faustina, a Giulio Talleoni nobilissima famiglia Osimana oggi estinta. Continuando in suo pensiero a meditare il traslocamento della sua Casa fra noi, crede' bene, come fece, di unirsi in seconde nozze con Porzia figliuola di Federico Sinibaldi Conte di Monte Zaro antica e nobilissima famiglia ancor fiorente della citta' nostra. Il qual Conte Federico avendo gia' mandata a nozze nella nobil Casa Cini l'altra sua figlia Laura, avvenne che il nostro Giacomo si imparentasse con cinque fra le piu' illustri e nobili famiglie della citta', i quali parentadi accrebbero di molto la fortuna di sua famiglia; essendoche' venuto a morte nel 1684 l'ultimo superstite dei Cima che fu Monsignor Francesco, celebratissimo letterato, esimio giureconsulto nella Corte Romana, e Vescovo di Macerata e Tolentino, lascio' a parti uguali l'intera e pingue sua eredita' ai Simonetti ed ai Martorelli quali suoi prossimiori parenti. Da Porzia Sinibaldi sua seconda moglie ebbe Giacomo un unico figliuolo a nome Annibale di cui abbiamo che nel 1585 ascese al nobilissimo grado di Gonfaloniere in Cingoli. Menata in moglie la nobil Virgina Mannelli di Jesi, illustre famiglia che discendeva dagli antichi Signori di Rottacorda, ebbe da essa molti figli dei quali rimasero superstiti Federico Bonfiglio, e Laura, la quale bellissima e virtuosissima giovinetta, andata a marito nel 1598 al Conte Gio. Francesco Baviera di Sinigaglia, dopo diciotto mesi di matrimonio, il 25 Giugno 1600 moriva a soli ventun' anni a Roma ove per diporto erasi trasferita col marito che in Santo Onofrio le poneva onorevolissima ed affettuosissima memoria.
     Ci mancano affatto notizie di Bonfiglio. Sappiamo di Federico che egli fu ascritto con tutti i suoi discendenti al patriziato Osimano il 30 Agosto 1652. Fu Gonfaloniere di Cingoli nel 1638 dopo il qual tempo, non sapremmo con certezza indicare l'anno in cui trasferi' la casa in Osimo dove, nel 1655 e 1657, lo troviamo eletto Gonfaloniere, sebbene a Cingoli mantenesse ancora aperto ai membri della famiglia l'avito bel Palazzo, e molti possedimenti che formano ancora oggi parte integrante del vistoso patrimonio della famiglia.
 

I SIMONETTI IN OSIMO


Federico aveva sposata Barbara di Ascanio Silvestri di antichissima e nobilissima famiglia Cingolana, dalla quale ebbe Francesco, Annibale, Claudio, Giacomo, Rutilio, Cosimo, Anna, Vittoria, ed Isabella; quella maritata al nobile Agostino Salta, a quel tempo fra i piu' facoltosi di Cingoli, questa a Scipione Guglielmi di Jesi. Cosimo mori' nel Settembre del 1632 giovanissimo in Roma, dove attendeva agli studi della giurisprudenza.
     Rutilio datosi all'esercizio delle armi fin dalla prima giovinezza, ebbe l'onore di essere nominato da Papa Urbano VIII al grado di Alfiere nell'esercito della Chiesa, che era a quei di' capitanato dal Principe Francesco Alfieri.
     Nel 1642 si accese guerra pel Ducato di Castro e Ronciglione nella Provincia Viterbese, fra il Pontefice ed Odoardo Farnese Duca di Parma e Piacenza, aiutato in quella lotta dalle armi della repubblica Veneta e da quella dei Fiorentini ai quali erasi unito il Duca di Modena colla speranza di ricuperare Ferrara. Il nostro Rutilio assunto in quella circostanza grado di Capitano dei Cavalli, ebbe assai largoo campo di mostrarsi quant'era prode nelle armi, talche' il Pontefice a guerra finita, lo ricolmo' di doni e di onorificenza come risulta da documenti che si conservano nel domestico archivio della famiglia.
     Di Giacomo sappiamo solamente che resosi uomo di Chiesa fu eletto Canonico della Cattedrale di Osimo, e per molti anni esercito' l'ufficio di Vicario Generale di Loreto.
     Annibale fu personaggio di bella fama, ed accrebbe non poco il lustro della famiglia. Annoverato fin da giovinetto fra i prelati della Corte Romana, si die' tutto allo studio delle scienze legali, nelle quali divenuto assai celebre giureconsulto, esercito' molte ed importanti cariche, non ultima ne' meno importante, quella di Uditore Generale a Bologna del Legato Pontificio Cardinal Bonaccorsi.      Ritornando in Osimo dopo lunghe e gloriose fatiche ricco di molti beneficii e di Abbazie, vi mori' a settantadue anni nel 1682, e fu deposto nella nobile e ricca cappella che la sua Famiglia avea poco prima dedicata a S. Francesco di Paola nella Chiesa di S. Filippo Neri.
     Da documenti esistenti in famiglia apprendiamo che egli, e per suoi personali meriti, e per il lustro della sua antica prosapia, fu aggregato insieme ai suoi nobili fratelli e loro discendenti in infinito, al grado di Patrizio e Nobile di Rieti il 27 Dicembre 1662, e di Patrizio e Nobile di Roma il 6 Settembre 1639. Il Papa Clemente X con breve del 1670 lo nominava coi fratelli e discendenti Nobile e Cittadino di Credenza della citta' di macerata; e Ranuccio Farnese Duca di Parma e Piacenza in contracambio dei molti servigi prestatigli alla Corte di Roma, decorava con amplissimo privilegio del 6 Gennaio 1671, i suoi fratelli Francesco e Giacomo, che gli altri eran gia' morti, col titolo di Conti ob eorum vetustam generis nobolitatem.
     Francesco il primogenito di Federico, che propago' la Casa, e al pari de' suoi illustri antenati, la fe' nobilmente risplendere, fu Gonfaloniere di Osimo negli anni 1683 e 1689 come dai pubblici libri di di Riformanze, ed uno dei Gonfalonieri che nel 1688 si adunarono in Loreto per provvedere a urgentissimi affari della provincia, al quale onore ed incarico non eran designati che personaggi distintissimi per nobilta' di sangue, e per virtu' di sapere. Designato suo erede da Monsignor Francesco Cini Vescovo di Macerata, ed ultimo rampollo di nobilissima stirpe Osimana, accrebbe di molti prendii il florido stato della sua Casa, ed a quelli che gia'possedeva , ne aggiunse altri non pochi nella valle del Musone, poco lungi della quale su fertile e ridentecollinetta, die' mano alla nobilissima e deliziosissima Villa in san Paterniano, oggidi Villa Isotta la quale accresciuta, come vedremo ed abbellita dai suoi discendenti, e' fra le piu' decantate della provincia. Disposatosi alla Nobil Giulia Marefoschi, ebbe da essa quattro figli maschi ed una femmina e furono Federico, Ranieri,Claudio-Pio, Cosimo ed Anna Virginia che fu maritata in Ancona al Conte Ottavio Ferretti.
      Il Conte Federico nato il 29 Agosto 1671, a soli diecinove anni fu il capo di sua famiglia, che il suo illustre padre passato gia' a seconde nozze, era morto a Cingoli il 7 Novembre 1670. Educato nell'universita' di Macerata ad ogni maniera di morali e cittadine virtu' che a gentile e costumato Cavaliere si convengono, merce' le amorevoli e paterne cure del Cardinale Prospero Marefoschi suo zio materno, si acquisto' in patria e fuori molta stima e rispetto. Nel 1701 sposo' ricchissima e nobilissima donna Romana, Giulia martoli ultimo rampollo di illustre famiglia, la quale con una vistosissima dote, gli porto' in casa la parentela degli Orsini, dei massimo, dei Cenci, dei Molari e di altre principali famiglie romane. Per questo illustre parentado non meno che per le sue nobili virtu' la cospicua sua famiglia venne giustamente reintegrata ai primi gradi di nobilta' ed onori goduti per l'addietro da suoi piu' antichi maggiori nella citta' di Jesi e di Ancona. Difatti, il 15 Giugno 1726 il senato Esino nei pubblici comizi di quel giorno, lo acclamava Patrizio e Nobile della citta' insieme a' suoi discendenti a pieni suffragi, come risulta da onorevole diploma del 30 Giugno di quell'anno stesso, e la citta' di Ancona con diploma del 22 Dicembre 1728 lo nominava insieme ai suoi fratelli e discendenti in infinito suo nobile Cittadino e Patrizio. Nel 1720 e 1722 fu eletto Gonfaloniere in Osimo, nel 1734 in Jesi e nel 1735 Anziano in Ancona, grado a quel tempo ragguardevolissimo. Generoso e splendido quanti altri mai della sua famiglia, ingrandi e ridusse nell'attua forma l'avito palazzo, fece erigere la ricca Cappella in San Filippo adornandola di preziosissimi marmi e di un quadro del Solimene, ingradi' la deliziosissima villa di S.Paterniano nella quale il Pontefice Benedetto XIV accordando esenzioni e franchigie, concesse che in ogni anno nel giorno 10 Luglio si tenesse una fiera di ogni sorta di merci e bestiame, la quale a tutt'oggi e' reputata tra le piu' frequentate della nostra provincia.
     Cosimo applicatosi alla militar disciplina, mori' giovanissimo a Ferrara l'anno 1703, Alfiere nell'esercito pontificio spedito cola' due anni prima da Papa Clemente XI a difesa de' suoi Stati in quella guerra che si accese in Italia per mote avvenuta di Carlo II Re di Spagna.
     L'Abate Claudio Pio mori' anch'egli giovanissimo in Roma mentre attendeva cola' a nobili studii.
     Ranieri fu Cardinale amplissimo di Santa Chiesa. Nacque nel 1675 il 13 Dicembre a Cingoli nel tempo che per particolari interessi della famiglia, eran cola' i suoi genitori. A sedici anni non ancor compiuti, otteneva la laurea dottorale nell'Universita' di Macerata, ove avea studiato col fratel suo Federico. Condotto a Roma dal cardinal Marefoschi suo zio, dopo di essere stato impiegato per alcun tempo nella Sacra Romana Ruota, fu nominato nell'anno 1700 dal Papa Clemente XI Uditore del Cardinal Gualtiero nella nunziatura di Parigi, dove alla partenza del Cardinale, rimase, a soli ventiquattr'anni, in qualita' di internunzio per non breve tempo incaricato di gravissimi affari. Adempiute con molta sua lode gravissime incombenze nella Fiandra, in Olanda ed in altre Corti d'Europa, trattennesi piu' mesi pel disbrigo d'importanti affari in quella di Lorena, dove fu carissimo al Duca Leopoldo I che lo ricolmo' di lodi e di onoreficenze. Ritornato appena in Italia, fu nell'anno 1707 spedito a Napoli Uditore di quella Nunziatura, nella quale, in tempi gravissimi, seppe cosi' bene maneggiare gli interessi della Santa Sede, che venuto in qualche amarezza col Nunzio, il Papa gli affido' direttamente secrete e premurose commissioni, e con lui per piu' tempo tenne di propria mano non interrotto carteggio.
     Vertevano a quel tempo gravi controversie fra Clemente XI e il Duca Vittorio Amedeo di Savoja. Il Papa spediva a Torino il Simonetti Internunzio e Commissario Apostolico, affidandogli pure il governo del Principato di Masserano e di altri Feudi e Terre che si reggevano in quel Ducato a nome della Santa Sede. Fu tanta la destrezza e la prudenza dell'Abate Ranieri che il Pontefice, richiamatolo nel 1716 a Roma, dove ritorno' accompagnato dai doni e dalle lodi del Duca, lo assunse al cospicuo e nobil grado di suo Cameriere d'onore, quindi di suo Prelato domestico, e nominollo Canonico, prima di Santa Maria in Via Lata e poscia della Basilica Vaticana. Per due interi lustri fu impiegato nelle principali Congregazioni di Stato e in quelle del Buon Governo, della visita Apostolica e dell'immunita' Ecclesiastica. Nominato finalmente Votante nel supremo tribunale della Segnatura di Giustizia, il Papa Benedetto XIII dopo averlo egli stesso di sua mano ordinato Sacerdote, lo innalzo' alla dignita' di Arcivescovo di Nicosia nel concistoro secreto del 14 Giugno 1728.
     Assunto appena al soglio di S.Pietro Clemente XII; il nostro Ranieri era spedito Nunzio alla corte di Napoli, dalla quale Nunziatura, tanto a quei di' importante, uscito con molta sua lode, e grande soddifazione della Santa Sede, il nuovo papa Benedetto XIV lo nominava Governatore di Roma il giorno 9 Novembre 1743, e quattr' anni dopo, il 10 Aprile 1747, Cardinale di Santa Chiesa. Eletto Arcivescovo di Viterbo, moriva in quella citta' pieno di virtu' e di meriti .
     Dal Conte Federico e Giulia Martoli vennero
     Francesco, Rinaldo, Annibale e Gabrielle.
     Quest'ultimo vissuto molti anni nel Collegio Romano fra quei nobili Convittori, e nell'Accademia dei nobili Ecclesiastici alla Minerva, fu segretario dell'Uditore della Sacra Ruota, ed occupo' in Roma molte e nobili cariche, come risulta dalle sue lettere esistenti presso la famiglia.
     Annibale giovinetto di grandi speranze, mori' a quattordici anni nel 1720 a Roma dove attendeva gli studii.
     Il Conte Rinaldo servi' per piu' anni in qualita' di Paggio nella corte del Duca Leopoldo I di Lorena, il quale lo assunse alla Nobil carica di suo Ciamberlano di onore. Morto il Duca, suo figlio Francesco I che fu poi Gran Duca di Toscana, lo confermo' in quella sua qualifica, e lo nomino' suo Cavaliere della Chiave d'oro, come si prova da una lettera del ministro di sua Altezza Reale, Principe di Craoo, diretta al Nunzio Ranieri il 7 Aprile 1739.
     Il Conte Francesco essendo ancora agli studii nel Colllegio Romano, ebbe l'onore di essere prescelto per uno dei nobili Paggi che facessero parte della Cavalcata pel possesso del Pontificato, che prese il 16 Novembre 1721 con straordinaria pompa il papa Innocenzio XIII il quale di molto proprio, con Breve del 15 Dicembre di quell'anno medesimo, lo nominava Cavaliere della Milizia Aureata e Conte di Palazzo. Ritornato in patria dopo compiuti gli studii, meno' in moglie gentilissima e nobilissima Dama Pesarese, la Contessa Maria Eleonora Abati Olivieri. Da queste nozze splendidamente festeggiate per otto continuati giorni, nacquero
     Annibale, Fabio, Giuseppe, Raffaele, Prospero e Malatesta.
     Degli ultimi due non abbiamo notizia da registrare, e sappiamo solamente che morirono molto giovani dopo essere stati ascritti fra Cavalieri di Malta. Di Malatesta esistono ancora alcuni lodati disegni di figura e paesaggio nella Villa di San Paterniano e nel Palazzodi citta'.
     Raffaele datosi fin da giovinetto allo studio della Giurisprudenza riusci' molto celebrato legista.      Indossato l'abito clericale fu tra i piu' distinti prelati della Curia Romana . Occupo' con molto suo onore importantissime cariche, e fu grandemente accetto ai Sommi Pontefici Pio VI e Pio VII. Mori' pressoche' ottantenne nel 1818 lasciando una pingue eredita' e una preziosa Biblioteca.
     Non abbiamo notizie di sorta di Giuseppe che forse mori' in molto tenera eta'.
     Fabio fin dalle fasce fu insignito dell'Ordine Gerosolimitano. Cio' risulta da un processo formato da due Commissari a cio' deputati, il Commendatore Don Carlo Benedetto Giustiniani Romano, ed il Commendatore Fra Vincenzo Ancajani da Spoleto, e passato per giustizia nel 1737 tanto nell'assemblea di Roma, quanto nella Ven. Lingua d'Italia in Malta, l'Eminentissimo Cardinale Ruspoli che di quel tempo era Gran Priore in Roma, scrivendo a Monsignor Ranieri, allora Nunzio a Napoli, lo assicurava esser seguita l'accettazione "con infinito decoro della Lingua d'Italia e molto piu' del suo Priorato (Da antichi manoscritti esistenti nell'Archivio della famiglia)."
     Il Conte Annibale, primogenito, nato nel 1733 crebbe di molto la sua splendidezza del suo illustre casato. Educato fin dalla prima fanciullezza alla scuola di nobili virtu' e di severi studii, si acquisto' meritamente l'amore e il rispetto de' suoi Concittadini i quali vollero che egli e tutti i primogeniti della famiglia Simonetti fossero proclamati Gonfalonieri della citta', senza obbligo di passare prima per le minori magistrature e per i tre gradi dei Priori. Di quest'atto degli Osimani in favore della famiglia Simonetti si compiaceva lo stesso Pontefice Clemente XIII come da lettera del 15 Novembre 1758 spedita al Comune di Osimo dal Segretario di Stato Cardinale Torreggiani. Nel 1778 il 20 Agosto fu ascritto insieme ai suoi discendenti al patriziato di Monte Santo. Mecenate delle lettere e delle arti, la sua Casa, aperta sempre agli eletti ingegni, raccoglieva quanti eran letterati in patria, fra i quali ebbe carissimi il Vescovo Compagnini, il Conte Aurelio Guarnieri l'abate Gio.Francesco Lancillotti i due Fratelli Pellegrino e Vincezo Roni, Marcantonio Talleoni e il Canonico Andrea Lazzarini al quale allogo' le pitture a fresco nella ricca sala del palazzo della villa di San Paterniano, tutta messa a oro ed a lavori di stucco, nella quale non sai se piu' ammirare o il magistero dell'arte del rinomato pittore e distinto letterato Pesarese, o la munifica splendidezza del Conte il quale vissuto poch' anni in concorde matrimonio colla nobil Contessa Maria Montecuccoli di Modena, mori' sul fiore degli anni universalmente compianto, lasciando in tenerissima eta' un maschio e cinque femmine che furono
     Raniero, Isabella che vesti' l'abito delle Salesiane nella Terra di Offagna , Margherita che ando' sposa al Conte Fabio fantaguzzi a Cesena, Virginia al nobile Francesco Missini in Orvieto, Giulia al Marchese Desiderio Gilberti a San Ginesio, Enrichetta al Conte Cesare Gallo di Osimo, dal quale proveni' la nobil famiglia tutt'ora fiorente.
     Raniero era nato in Osimo il 23 Ottobre del 1777. Rimasto orfano del padre in tenerissima eta', ebbe ottima educazione dalla sua nobile ed illustre genitrice, la quale matrona come era di alti e generosi spiriti e di grande nobilissimo ingegno, tutta dedicossi all'educazione dell'amata prole, ed al buon andamento della famiglia che per molti anni resse e governo' felicemente.
     Cresciuto a nobili e civili virtu', acquistossi ben presto l'amore e il rispetto de' suoi Concittadini i quali a pieni suffragi il giorno 30 ventoso del 1798, e non avea compiuto ancor vent'un anni, lo acclamarono Capitano della Quarta Compagnia della Guardia Nazionale; e due anni dopo, il ventuno Marzo del 1800, lo spedirono loro Ambasciatore a Venezia al Papa Pio VII per congratularsi a nome della citta' per la sua esaltazione al trono. Il qual Pontefice, conosciute le nobili doti dell'animo del giovine conte Raniero, e sapendolo ricchissimo d'avito censo, di chiara stirpe e di gran sangue, con Bolla del 9 Agosto 1805 che incomincia " Romanus Pontifex Regis Regumque Dominique dominantium vices in terris gerens" lo innalzo alla dignita di Principe del Musone. Il giorno 8 Novembre del 1804 era stato inscritto insieme ai suoi discendenti nell'ordine Senatorio del Patriziato Romano, al quale come vedemmo era stata aggregata la sua famiglia il giorno 6 Settembre del 1656.
     Il 15 maggio 1815 il Generale Maggiore Cavaliere di Geppert comandante le truppe Austriache al blocco di Ancona, lo nominava membro della Giunta Generale di approviggionamento; e nel Luglio dell'anno stesso, per mandato ricevuto dal Cardinale Tiberi Delegato Apostolico di Macerata, del Ducato di Camerino e di Loreto, prendeva solenne possesso della citta' di Osimo a nome del Pontefice. Fu consigliere piu' anni in Ancona, in Osimo, a Cingoli, a Recanati, e a Montefano.
     Amo' caldamente le lettere. Sino a vecchio, i suoi libri prediletti furono gli Annali del Muratori, e le altre opere di questo sommo Italiano, delle quali ognuna avea letto riletto e ribadito nella memoria per modo, che era una meraviglia udirne parlare con tanta esattezza di epoche, di luoghi di persone. Non era citta', o famiglia o illustre Stato, del quale non sapesse tutti i fatti e le vicende. Si diletto' molto della conoscenza e dell'amicizia di distinti letterati, fra i quali Luca Fanciulli, Tommaso Moro, Nardi, l'abate Pietro Quattrini, il Vogel, il Montanari, e lo Zannotti che lo ricambiarono di benevolenza e rispetto. Fu esaminatore delle belle lettere nel patrio Collegio Campana, e membro dell'Osimana Accademia degli aletofili . Lo nominarono loro socio corrispondente l'Accademia Economico-Agraria di Perugia, la Georgica di Treja, e la Societa' Agraria di Jesi. Alli 7 Maggio 1833 fu nominato membro della Deputazione Araldica. Intanto alle migliorie de' suoi vasti possedimenti, occupo' continuamente le braccia di molti e molti ad isvariate opere, ed intere famigli che vissero per lui senza abbassarsi alla vergogna dell'accatto, benedicono ancora alla sua memoria.
     Menata in moglie la Principessa Donna Isotta Hercolani di Bologna, nobilissima donna ornata d'ogni fior di virtu', ebbe da lei numerosa ed eletta figliuolanza, tre maschi e cinque femmine che marito' Donna Isotta col march. Don Francesco Mauri a Roma, Donna Vittoria al Conte Alessandro Orfini a Fuligno, Donna Federica al Marchese Honorato Honorati a Jesi, Donna Giulia al nobile Cavaliere Giulio Gazzoli a Terni, e Donna Laura al Conte Antonio Carradori di Recanati, odierno Senatore del regno.
     Don Annibale, il maggior nato dei tre fratelli, compiuti con molta lode i primi studii nel patrio Collegio Campana, ove fu Convittore, si die' a tutt'uomo alle scienze economiche nelle quali entro' si' addentro, da acquistarsi meritatamente il nome di distinto finanziere. Osimo e Ancona gli affidarono piu' volte importanti incarichi e le prime magistrature. Chiamato a suo Ministro di Stato per le Finanze dall'attuale Sommo Pontefice Pio IX nei primordi del suo Pontificato, mostro' in quella eminente carica non comune abilita' ed operosita notevolissima. Temprato l'animo alla scuola di liberta' e patriottismo, resiste' nobilmente ed energicamente in Ancona alle smodate ed intemperanti esigenze del Commissario Ponteficio presso l'esercito Austriaco di occupazione, dal qual fatto ebbe a soffrire amarezze gravissime.In tempi difficilissimi soccorse piu' volte la patria col senno e coll'opera. Tronco' in assai fresca eta' miseramente i suoi giorni in Ancona il 24 Giugno 1857.
     Don brunoro Gualtieri seguendo fin da fanciullo l'orme de suoi illustri antenati, ritrasse perfettamente da essi quelle virtu' che illustrarono la sua breve vita. Tenerissimo della sua patria natia non le venne mai meno ne' suoi bisogni. Non ambi' carichi pubblici, ne' tenne magistrature. Nominato sindaco di Osimo nel 1862, ricuso' quel grado. Condottosi a Nizza per rinfrancare la sua mal ferma salute, vi mori' sul fior dell'eta' nel 1868.
     Il Principe Don Rinaldo, la cui onorata memoria non cadra' mai per lungo volger di tempo dall'animo de' suoi Osimani, ebbe da natura forme di corpo belle e leggiadre, ingegno pronto e svegliato. Temprato l'animo fin dalla prima giovinezza a forti e gagliardi pensieri di liberta' e di patria, dedico' tutta la sua vita al bene della sua terra natia, e della nazione. Idolatrato per molte sue virtu' dai suoi concittadini, fu ancor giovanissimo impiegato da essi in ardui ed onorevoli uffici pubblici. Tenente Colonello nel patrio battaglione della Guardia Civica nel 1847 e nel 1848, rese alla citta' in supremi pericoli e difficili circostanze importantissimi servigi. Accorso con meglio che suoi cento Concittadini sui campi di Lombardia nella guerra contro l'Austria, nel furore del combattimento a Treviso, come nella gloriosa difesa di Vicenza, seppe tenere col suo valore cosi' alto il nome d'Italia, che merito' di essere nominato Colonnello sul campo di battaglia. Ritornato in patria si die' tutto ai suoi servigi, Scuole notturne e domenicali, Societa' di Mutuo Soccorso, Cassa di Risparmio, Societa' Operaja, Asilo d'infanzia, o furono da lui istituiti, o vissero pe' suoi incoraggiamenti e per le sue Beneficenza.
     Menata in moglie Illustre donna Bolognese la marchesa Teresa Angeletti per elevatezza di mente e per ogni maniera di morali e civili virtu' prestantissima, si trasferi' in quella citta', dove colle sue virtu' si acquisto' ben presto l'amore ed il rispetto di quell'illustre Cittadinanza.
     Non dimentico' mai pero' la sua patria nativa che spesso spesso rideva nell'anno, e per la quale crebbe in lui talmente l'affetto, che, come apparisce dall'atto della sua ultima volonta', non potea a lei portarne maggiore.
     Il Principe Don Rinaldo Simonetti fu affabile con tutti, piacevole, pieno di umanita'. Soccorse il povero senza invilirlo, fu amico dei personaggi politici e piu' cospicui del suo tempo. Cavour, D'Azelio, Farini, Minghetti lo ebbero carissimo. Membro del Comitato Nazionale Italiano colla voce e colle opere affretto' l'indipendenza e l'unita' della patria. Fu da Sua Maesta' Vittorio Emanuele II Re d'Italia decorato dell'Ordine Equestre de' SS. Maurizio e Lazzaro e di quello della Corona d'Italia, e piu' tardi lo si nominava Commendatore di questi ordini stessi e Senatore del regno. Mori' a Bagni della Porretta li' 4 Agosto 1870. La vita del Principe Don Rinaldo Simonetti fu senza macchia, la morte fu pubblico lutto.
      Dal Principe Don Rinaldo e dalla Marchesa Teresa Angeletti nacque il 1o agosto 1858 la Principessa Isotta la quale nel giorno 6 Febbraio 1876 ando' sposa al nobil Giovane Signor Conte Alessandro Fava-Ghisilieri ultimo rampollo di una fra le piu' antiche ed illustri famiglie di Bologna.