IL CAPITANO SIMONETTO
       
Questa «effigie» del valoroso uomo d'arme e' opera di un pittore ignoto del secolo XVII, qui di fianco riprodotta, e si trova tuttora nel palazzo comunale dell'Aquila.
    

IL CAPITANO SIMONETTO


Queste citazioni sono tratte dal libro "la rotta di Sarno", che parla della guerra tra gli Aragonesi e gli Angioini. La battaglia per l'appunto di Sarno si svolse nella piana Sarnese, in localita' foce del Sarno nei comuni tra Palma Campania e Sarno. A tale battaglia partecipo' il Capitano Simonetti, della nobile stirpe di Osimo dei "Simonetti", per conto di Papa Pio a favore di Ferdinando d'Aragona. Del capitano Simonetto, esperto e valoroso cavaliere di ventura, si fidava Papa Pio, che lo mando presso il Re Ferdinando per mediare a detta di qualche storico, tra le parti contendenti.Vi fu un consiglio di Capitani alla Corte di Ferdinando, tra cui i principali Capitani, Simonetto, Roberto Orsini di Nola, il Conte di San Severino e Diomede Orsini. Ma il Re non diede ascolto alle sagge parole del Simonetto ed ordino' la battaglia.In questa vi perse la vita nel luglio del 1460 il Capitano Simonetto, che fu seppellito sotto la attuale Chiesa di foce del Sarno.Dopo la perdita del Simonetto la battaglia, fini' con la disfatta degli Aragonesi e conseguentemente la sconfitta della guerra, a favore degli Angioini, che si impossessarono del Regno Neapolitano.

Dal trattato del Pontano:

IL DISCORSO DI SIMONETTO PRIMA DELLA BATTAGLIA
(Il Pontano fu certamente presente a questa famosa adunanza).
op. cit. pp. 58-62; cfr. SUMMONTE G.A., op. cit. T. III, p.285.

" Coloro Ferdinando - cosi' comincio' a parlare- che dicono la fortuna havere cosi' grande Imperio nella guerra parmi che non siano affatto privi di giudicio, non gia' che si creda che il maneggio delle cose e l'evento della vittoria sia riposto in mano di lei; ma per l'improvvisi accidenti, che spesso sogliono occorrere nelle battaglie : i quali e' impossibile che i Capitani possano avertire, o consigliando essi, o da poi preso il consiglio, valorosamente combattendo. Perciocche con quale sottigliezza d'ingegno potranno giammai antivedere il cader de' cavalli, la fuga de' soldati, i falsi rumori, la tempesta del cielo, la malvagita de' luoghi caminando, la morte de' Capi di squadre, e di altri ministri, o del proprio capitano, e somiglianti cose, che possono occorrere, o da poi antivedute e occorse, provederle in modo che non arrechino danno? Senza che per la brevita' del tempo, e per la difficolta' delle cose, veggiamo sovente che al Capitano non si da pur luogo di discorrevi sopra, non che in un medesimo tempo egli qua e la possa ritrovarsi, ne piu' cose insieme altrui comandare o egli stesso operare. Il che io oso di potere con verita' affermare, non perche' io abbia in veruna scola cio' appreso, ma per la isperienza savissima e sopra ogni altra dottissima Maestra delle humane attioni; e per essere hormai d'intorno a sessanta anni, ch'io frequento la guerra; nel corso de' quali ho spesse volte veduto un esercito vinto divenir vincitore, e 'l  vincitore rimanere vinto.
La esperienza adunque di tanti anni e questa eta', nella qual Voi mi vedete, vi dee di soverchio avertire a non incominciar mai stoltamente e senza consideratione una impresa, che poi con vergogna si habbia a lasciare.
Perioche il tentar la fortuna non e' se non di colui, che trovandosi in periglio, e fuori di speranza di poter per altra via scampare. E' cosi' fatto consiglio sarebbe egli da prendersi anzi da Giovanni d'Angio' e dall'Orsino, procedendo tuttavia di male in peggio le cose loro, che da noi, a' quali favorevoli le promette la fortuna, se terreno il nimico rinchiuso. Atteso, che stando solo fermi, non diro' trattenendo, avanzeremo di autorita', e raddoppieremo le forze.
E stando fermi, habbiamo ricovrato Nola, e Salerno citta' nobilissime e importantissime per la guerra; e oltre a cio' ridotto il nimico non piu' ad assediar Napoli, come dianzi ei s'ingannava di fare; ma solennemente a pensare in qual maniera ei possa fuggirsi. Et a questa guisa habbiamo ancora operato che quei dell'armata nimica, i quali havevano posta tutta questa contrada in conquasso e rivolta, sieno stati da' paesani scherniti e fatti di loro si' gran macello, che penseranno molto bene di venir piu' in terra la seconda volta.
A divotion nostra e per noi habbiamo Napoli, e le sue citta' vicine, le quali di vettovaglie, di arme, e di fantarie fresche, e di cavalli freschi ci proveggono: delle quai cose tutte non che i nimici abbondano, opponendosi loro tanti monti,tante valli e tanti fiumi; ma forse ne meno hanno hora alcuna speranza di salvezza.
Finalmente astenendoci noi dal combattere, conseguiremo senza verun pericolo nostro il fine de' combattenti, che altro non e' che la vittoria: e i nimici non havran fatto poco, quando essi da noi ottengono (quello che posso hora per avventura pensare) che solo per balzi, e dirupi di monti procaccino fuggendo di notte di scampar via: quantunque non mi sia ascoso quel commune e volgare proverbio, usato da grandissimi Imperatori e Capitani: che al nimico che fugge si de fare insino il ponte di argento. La onde onde poiche; niuna forza ci astringe al combattere, rimoviamo di gratia da noi la battaglia, per non porgere occasione a' nimici di potere per questa via far meglio le cose loro. E perche' essi quanto piu' si vederanno ristretti, tanto e' piu' verisimile che penseranno al fuggire: par questo giudicio necessario che l'esercito si trasporti nel capo del fiume di qua della riva sotto il monte, che soprasta la Foce, si per recar loro maggior difficolta' di vettovaglie, e di pascoli di cavalli come per indurgli tanto piu' volentieri a fuggire".


LA DESCRIZIONE DELLA FERITA A MORTE DEL CAPITANO SIMONETTO

1)PII SECUNDI Pontificis Max., Commentarii rerum memorabilium quae temporibus suis contingerunt, a R.D. Joanne Gobelli, etc. Francofurti in off. Aubriam, 1614, Lib. IV, p. 105.
2)SUMMONTE, op. cit., Vol. III, p. 289.

" Orso, infatti, si getto' con tanto impeto sopra Roberto (Orsini), che questi
riusci' a mala pena a resistere quel tanto che gli permise il sopraggiungere di Simonetto, spedito dal re in suo aiuto a rincalzare le squadre impegnate.
Soccorso poco o nula efficace. Simonetto venne assalito sul fianco da duecento schioppettieri, e precisamente da quei mercenari tedeschi passati agli angioini qualche giorno prima per non essere stati pagati da Ferdinando.
Quasi tutti a Cavalieri del contingente di Simonetto furono trucidati, ed egli medesimo, colpito a morte da un proiettile di schioppetto, cadde dal cavallo senza riprendere piu' la parola. «Simonettus accurrit, suorumque fugam retinere connatur, tormentali pilula percussus ex equo deiectus est, nec locutus e vita decessit».
Lascio' la vita sul campo il prode guerriero, cosi' com'egli aveva sempre
desiderato. «Era solito dire -narra il Summonte- tra i suoi: concedami il Signore Iddio che nell'officio mio, e in servizio della Santa Chiesa, io possa finire la vita». Dopo la battaglia il suo corpo fu trovato dai nemici, raccolto e sepolto con tutti gli onori. Narrano gli storici che, nelle onoranze funebri tributategli, il Duca Giovanni, cavallerescamente, lo volle accompagnare all'ultima dimora, e l'esempio fu seguito da tutta la nobilta' del suo esercito."


3) D'ANGIO' G., lett. cit. del 7 luglio; Cfr. DI COSTANZO A., op. cit., 551, 553;
SUMMONTE, op. cit., Vol III, pp 329-337; PONTANO, op. cit., pp. 21-30;
SIMONETA, L. XXVII.


«Il Capitano Symoneto ne la impresa del fatto d'arme e' morto; et altri presi et feriti assay, et cavalli senza numero morti. Perche' ancora li nostri non sono tutti recolti, non se po' sapere il conto ne' di presi ne' di morti; fin ad quest'hora, per quello si trova, come si e' detto, oltre li morti, duamila cavalli presi. Ad gaudium ve avisamo!»

Documento importantissimo che ci fornisce, senza esagerazioni, le dimensioni del disastro Aragonese: fanti e cavalli quasi tutti distrutti o prigionieri, pochi i superstiti e tutti fuggischi!


Dal libro di Mariano Orza "Guatieri III Conte di Brienne" edito da Loffredo NA nel 1939, ho tratto la descrizione del luogo dove e' sepolto il Capitano Simonetto.

Si trova nel Santuario dedicato alla Santa Maria della foce, in localita' Sant'Angelo, a Sarno (SA), famoso per le tombe di molti Guerrieri illustri; Il Capitano Simonetto dopo gli scavi effettuati nell'800, si trova seppellito nella navata destra dell'antica chiesa, che fungeva da terrasanta. Quivi si rinvennero allineati molti scheletri come sepolti nello stesso momento. Nella chiesa antica si trova una pietra mortuaria sulla tomba del Conte di Brienne, e un dipinto a lato sulla parete vicina del Conte Tuttavilla.                                                                

Orbene di questo valoroso Capitano si era sbiadito il ricordo, nella memoria del popolo Sarnese e nella tradizione orale appena restava il nome, che pero' si riferiva ad altra persona, ad un "Simonetto" ospite in epoca molto posteriore dei Frati Conventuali del monastero della Foce, « dove desino' con tutta la sua coorte il 28 giugno 1736. Ma questo Simonetto e' Ranuccio Simonetti, che fu prelato di gran merito e nunzio apostolico, non gia' condottiero dell'esercito pontificio nel 400', non muore egli alla Foce, ma va a Liveri, presso Nola, dove habita presente ». Cosi' scriveva il cronista al tempo di Ranuccio.

Il luogo di origine di lui, non si riconosce facilmente dal suo nome, infatti tanti furono che lo citarono diversamente: «  Il Summonte lo chiama: Simonetto da Campo San Piero o Simonetto di Campo San Piedro; - il Muratori: Simoneto da Castelpiero, da Castel di Piero, da Castello di Pietro, indifferentemente; - il Verri: da Campo San Pietro; - l'Argegni: di Castel Pierio; - il Lesca: da Castello; - l'A. delle Dilucidazioni: di San Pietro; - il Simonetta, il Pontano, il Fazio, il Raynaldo, il Giannettasio, che scrissero in Latino, lo chiamano semplicemente: Simonetus dux, Simonectus, Simeonettus; il Machiavelli: Simoncino condottiere della Chiesa; il Normandia, il Pace ed il Fischietti scrittori Sarnesi e piu' recenti, lo appellano: Simonello San Piero!» Il Dragonetti intnto ci fa sapere che il condottiero, il cui nome e' congiunto alla ricordanza della battaglia di Sarno, fu aquilano. Ma prima di lui ci dava notizie piu' precise l'autore della "Cronica gestorum civitatis Bononiae, il quale da anni scriveva che il Simonetto da Castello di Piero era dell'Aquila". Continua il Dragonetti « in nessuno storico mi e' avvenuto di vederlo nominato per aquilano. Solo i giornali Napolitani lo chiamano, Simonetto di Castel di Pierio; questo ha fatto balenare nella mia mente ch'egli traesse l'origine dal villaggio del nostro Distretto che ha nome Castel di Ieri » Dal Giustiniani apprendiamo che spesso trovasi scritto Castel di jeri, Catelloyeri o Castello d'hieri. In questo paesello Aquilano adunque ebbe i natali il Capitano Simonetto? La sola tradizione se prove contrarie non la annullino, afferma il Dragonetti, basta per serbare all'Aquila il vanto di aver generato questo non ignobile guerriero del XV secolo.