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1975, Napoli: tre persone e un cagnolino, sgozzate brutalmente. In
manette finisce Domenico, 32 anni. "Si è recato da zia Gemma
per spremerle qualche lira e, al rifiuto, ha perso la testa". Ma
non è così. di Enzo Catania
Uno sciacallo che per quattro soldi aveva sgozzato
tre persone e un cagnolino. Un fetente senza pari. Una iena. C'era però
un appellativo che racchiudeva tutto: "L'assassino di via Caravaggio".
Unico guaio: non era l'arrestato, il quale dovette sudare lacrime e
sangue per salvarsi dall'ergastolo. Solo alla fine la sua innocenza
venne completamente riconosciuta. Ma chi sarebbe riuscito a seppellire
quelle umiliazioni e tanti anni di calvario? Non già il risarcimento,
doveroso e giusto. Non già la simpatia della gente di Napoli.
Valeva però lottare affinchè in futuro si fosse più
cauti nell'affibbiare a un innocente l'etichetta di "assassino",
che dico?, di "mostro". Per l'appunto "il mostro di via
Caravaggio".Domenico Zarrelli era un signore aitante che in carcere
prese la laurea in legge con cento, molti elogi e una tesi su "La
prova indiziaria nel processo penale". La Cassazione mise la parola
fine alla sua vicenda, lasciando addirittura alla storia una frase su
cui meditare: "A carico di Zarrelli non esisteva nessun indizio
e mai e poi mai una Corte avrebbe potuto condannarlo". Eppure per
anni anche quest'uomo senza macchia venne indicato agli occhi dell'opinione
pubblica e di una parte della magistratura come un "pericolo pubblico".
Se Zarrelli riuscì ad evitare l'ergastolo lo dovette anche all'opera
appassionata di suo fratello, l'avvocato Mario Zarrelli, che gli fu
vicino in ogni attimo della vicenda.La sera dell'8 novembre 1975 fu
proprio Mario Zarrelli, accompagnato dalla moglie Elisa Testa e dalla
cugina Fausta Cenname, a presentarsi presso gli uffici della Squadra
Mobile di Napoli, segnalando l'assenza di notizie della zia Gemma Cenname,
sorella di sua madre Eva, del marito Domenico Santangelo e della figlia
di primo letto di costui, la diciannovenne Angela. La polizia, dopo
aver sollevato le tapparelle e infranto il vetro di una finestra, fece
irruzione nell'interno dell'appartamento di via Caravaggio 78. Apparve
una scena terrificante: un rivolo di sangue andava dal corridoio fino
al bagno. Nella vasca, coperti da un tappeto, c'erano i cadaveri putrefatti
di Gemma e Domenico. Era evidente che erano stati sgozzati. Sul letto
matrimoniale, avvolto in un lenzuolo, ecco il cadavere di Angela. Il
cagnolino Dick venne scoperto più tardi: giaceva in fondo al
liquame del bagno. Intervenne la Scientifica. In cucina c'erano i resti
di un pranzo frugale: insalata di pomodoro, frittata di maccheroni,
tonno e frutta. Due orologi elettrici erano fermi sulle 5 del mattino:
prima di allontanarsi, l'assassino aveva abbassato l'interruttore generale.
Dal box mancava la Fulvia rossa di proprietà del capofamiglia.
Due giorni dopo si presentò in questura un sarto. Abitava anche
lui in via Caravaggio. Disse che nella notte tra il 30 e il 31 ottobre,
rincasando, era stato quasi investito da una Fulvia color amaranto guidata
da un tipo notevole di corporatura e dai capelli mossi. Aggiunse di
non essere s icuro di poter riconoscere il guidatore, ma la polizia
aveva già i suoi sospetti: Domenico Zarrelli, allora trentaduenne,
amante della bella vita e di una ballerina giamaicana, spesso a corto
di soldi. Come non sospettare che quella sera si fosse recato da zia
Gemma per spremerle qualche lira e, al rifiuto, avesse perso la testa
facendo un macello? Nell'appartamento si trovò l'impronta del
tacco di una scarpa numero 42, ma Domenico Zarrelli portava il 45. Si
rinvennero due mozziconi di sigarette Gauloise, ma Zarrelli fumava le
HB. Su un bicchierino posato sulla scrivania dello studio si scoprirono
impronte che non corrispondevano nè a quelle delle vittime nè
a quelle dello Zarrelli. La Fulvia venne trovata nella zona del porto,
abbandonata e con la batteria scarica:all'interno non c'erano tracce
di sangue, eppure l'assassino sicuramente s'era macchiato parecchio.
Schizzi di sangue erano stati riscontrati persino sul soffitto dell'appartamento.
Insomma, molti particolari avrebbero consigliato d'imboccare altre piste.
Invece si preferì insistere su quella più facile perchè
più a portata dimano: la pista del "nipote scapestrato"
che, al rifiuto di un prestito, colto da raptus, aveva compiuto la strage,
diventando "il mostro di via Caravaggio". Sei mesi dopo un
vigile urbano affermò di aver visto, nella notte tra venerdì
31 ottobre e sabato primo novembre (dunque due giorni dopo la strage),
la luce accesa in casa Santangelo. Erano le 3,30 del mattino. L'accusa
allora ipotizzò che l'assassino fosse tornato sul luogo del delitto
per seminare qualche prova depistante, ad esempio i mozziconi di sigarette
non della sua marca e l'orma di una scarpa non corrispondente al suo
numero. Inoltre, poichè sul lavabo e sulla tazza del bagno erano
stati trovati due mosconi morti, si pensò che l'assassino avesse
sparso del deodorante per ritardare la scoperta dei tre cadaveri e del
cagnolino trucidato.
(1-CONTINUA)
Misteri
d'Italia: Domenico Zarrelli
La strage della famiglia Santangelo è un rebus anche per gli
inquirenti. Zarrelli resta l'imputato principale, ma si battono nel
frattempo altre piste. E avanza, minacciosa, l'ombra dell'ndrangheta.
di Enzo Catania
Quando Domenico Zarrelli venne convocato in questura aveva le mani escoriate.
Disse che s'era ferito per una caduta sulla ghiaia, spingendo l'auto
in panne. La madre Eva e la cameriera affermarono di avergli medicato
le mani per la caduta, ma non furono credute. Il magistrato invece pensò
che il giovane si fosse ferito impugnando un corpo contundente, forse
un soprammobile di bronzo, dalle punte aguzze, con il quale aveva colpito
zia Gemma, il marito e la figlia. Nessuno sembrò badare alla
sparizione di una statuetta di bronzo, una Fortuna bendata, che però
non aveva punte aguzze e che avrebbe potuto essere l'arma del delitto.
Nessuno fece neppure caso alla sparizione del diario personale della
giovane Angela, che probabilmente avrebbe potuto contenere molti elementi
utili alle indagini. Domenico Zarrelli aveva un alibi: la sera del delitto
era stato con l'amante giamaicana Sandra Thompson. Al cinema Agadir
avevano visto "Amici miei". Poi avevano preso un taxi, erano
tornati a casa e avevano dormito insieme. La Thompson confermò
ogni particolare, ma non fu creduta. Anzi qualcuno che sin dall'inizio
si batté per l'innocenza di Domenico Zarrelli passò i
suoi guai. Per esempio il fratello, l'avvocato Mario. Quando il magistrato
seppe che prima di recarsi in questura a sporgere denuncia l'avvocato
era passato dallo studio della zia Gemma, che faceva l'ostetrica, per
prelevare alcune carte di famiglia e tutelarne la privacy, lo accusò
di aver fatto sparire indizi compromettenti su Domenico. Insomma, secondo
il magistrato, sarebbe accaduto questo: Domenico Zarrelli aveva raccontato
tutto al fratello Mario; questi aveva quindi ritardato la scoperta della
strage, affinché le ferite alle mani avessero avuto il tempo
di rimarginarsi. Ecco perché la sentenza assolutoria finale parlerà
anche di lui: "Con le tre vittime di via Caravaggio e con Domenico
Zarrelli, l'avvocato Mario Zarrelli si deve considerare la quinta vittima
di quel crimine". Intanto continuarono a essere sottovalutate altre
piste. Il Santangelo faceva il rappresentante di articoli igienico-sanitari.
E aveva la mania del gioco del lotto. La moglie Gemma aveva confidato
a un amico il timore di essere derubata dei gioielli: perciò
aveva affittato una cassetta di sicurezza in banca e ve li aveva depositati.
Un giorno aveva anche detto: "Qualcuno prima o poi salirà
nella nostra abitazione e ci ammazzerà tutti". La figlia
Angela, che lavorava all'Inam, aveva confidato a un collega: "Io
morirò scannata, vedrete...c'è un ingegnere...Madonna
mia...". Chi era questo "ingegnere" misterioso? La stessa
Angela aveva scritto a un altro amico: "Sai bene che mancano due
giorni al giorno fatale". La signora Gemma aveva dato in affitto
un casolare di sua proprietà a uno strano personaggio che si
qualificava come "ingegnere chimico": il suo numero telefonico
era stato trovato sulla scrivania del Santangelo. L'uomo era un pregiudicato
calabrese, coinvolto in un traffico di droga e successivamente detenuto
per rapina. Il casolare doveva essere adibito a laboratorio, ma quando
Gemma e il marito vi si erano recati per un controllo, al posto del
laboratorio chimico avevano trovato delle brandine: un pied-à-terre
o un covo della 'ndrangheta per i sequestri? Per tre volte i carabinieri
cercarono di'interrogare "l'ingegnere", ma per tre volte questi
si rifiutò di rispondere. C'era anche un'altra pista, avvalorata
da un verbale dei carabinieri. Raccontava che il Santangelo era già
sposato; che però aveva iniziato una relazione con Gemma Cenname;
che la moglie sapeva tutto; che Angela, sua figlia di primo letto, "in
rotta con la madre", andava invece d'accordo con Gemma; che un
giorno la signora Santangelo era morta; che i due amanti "si erano
uniti in matrimonio dopo diversi anni, per non destare sospetti".
Insomma la strage, cioè l'uccisione dei due e della figlia dell'uomo,
poteva essere stata una "vendetta" postuma di familiari, parenti,
amici o semplici conoscenti della prima moglie? Il rapporto era firmato
dal maresciallo dei carabinieri Giovanni Mastroianni e dal vicebrigadiere
Giulio Mancuso: riferivano d'avere appreso quanto sopra "da fonte
di indiscussa attendibilità". Certo, né più
né meno era un'altra traccia, tutta da verificare e da approfondire:
fantasiosa o no, non pare però che venisse percorsa. (2-CONTINUA)
Misteri d'Italia: Domenico Zarrelli
La lunga trafila giudiziaria di Zarrelli si conclude con un verdetto
di assoluzione: a nove anni dall'omicidio i giudici confermano che non
fu lui "il mostro di via Caravaggio". di Enzo Catania
L'istruttoria si concluse con la richiesta di rinvio a giudizio di Domenico
Zarrelli. Era ancora a piede libero, ma il giorno dopo la formalizzazione
il giudice istruttore firmò il mandato di cattura. Trascorsero
tre anni prima di arrivare al processo. Eccoci così all'aprile
del 1978. Nell'arringa Alfredo De Marsico, uno dei difensori, rispolverò
la pista del casolare, del terribile segreto dalla signora Gemma: e
se il marito Santangelo avesse tentato un ricatto? Il dibattimento visse
continui colpi di scena. E il 9 maggio 1978, la sentenza di primo grado:
ergastolo!
Durante il suo iter giudiziario Domenico Zarrelli non solo frequentò
l'università, ma conobbe anche la donna che sarebbe diventata
sua moglie, la bella Sonia. E il 6 dicembre 1979, davanti al preside
della facoltà di Giurisprudenza di Napoli e a dieci carabinieri
in piedi, espose la tesi che lo laureava in legge. Il 10 gennaio 1980,
per il neoavvocato iniziò l'appello. Dopo oltre sette ore di
camera di consiglio, i giudici chiesero una perizia psichiatrica, la
quale escluse che Zarrelli fosse infermo di mente, definendolo anche
incapace di raptus omicida. Intanto lo scrittore Carlo Bernari, ispirandosi
al caso, aveva partorito il romanzo "Il giorno degli assassini".
Dal libro emergeva in modo lampante l'ipotesi di una strage compiuta
da più persone perfettamente organizzate. Di tale presupposto,
nato a tavolino da un'operazione fantastica basata tuttavia su elementi
di fatto, si impadronì la difesa. Il collegio, oltre che da Alfredo
De Marsico, era formato da Antonio Coppola, Giambattista Ferrazzano
e Mario Zarrelli. Quando a Bernari venne prospettata l'eventualità
di utilizzare il suo libro nell'arringa per chiarire alcuni aspetti
della vicenda, egli apparve dapprima perplesso. Poi però si convinse
che anche un libro, pur non potendo essere considerato come prova d'innocenza,
avrebbe potuto rappresentare una via d'avvicinamento alla verità.
I difensori descrissero Domenico Zarrelli come "un giovane pieno
di vitalità, un goliardo", mentre "l'assassino è
da ritenersi un introverso, un individuo che nel prossimo vede il nemico,
socialmente un isolato". E l'avvocato Ferrazzano disse: "Se
in questo dibattito non abbiamo scoperto un reo, abbiamo riconosciuto
un innocente". Dopo undici ore di camera di consiglio, in un'aula
del vecchio convento di San Domenico Maggiore, il verdetto di secondo
grado modificò il 6 marzo 1981 quello di primo grado: assoluzione
per insufficienza di prove. La motivazione evidenziò la nullità
della testimonianza del sarto e l'inefficacia di altri particolari.
Com'era logico attendersi, l'imputato innocente ricorse in Cassazione,
mentre il vero "mostro di via Caravaggio" continuava a restarsene
in assoluta libertà, non identificato e indisturbato. Ebbene,
la Suprema Corte nell'ottobre del 1982 annullò la sentenza dei
giudici d'appello e trasmise gli atti alla Corte d'assise si Potenza.
E quasi contemporaneamente arrivò per Zarrelli un nuovo mandato
di cattura. Tutto da rifare. Erano ormai passati nove anni dalla strage.
Il nuovo collegio di difesa rappresentato dagli avvocati Giambattista
Ferrazzano, Alfonso Martucci e Aldo Molino, presentò una "memoria"
sollecitando "un'ampia formula assolutoria imposta dalle risultanze
del processo": non vi era nessun elemento di prova, sia pure indiziario,
"che possa mettere in dubbio l'innocenza di Domenico Zarrelli".
Era quasi una risposta a un'altra "memoria" degli avvocati
di parte civile Pietro Rocco di Torrepadula e Donato Pace. Era un'altra
occasione che proponeva l'eventualità della pista alternativa,
insomma di un triplice "delitto perfetto" organizzato minuziosamente
da chi si era presentato nell'abitazione di via Caravaggio con il preciso
disegno di uccidere. Insomma, se c'era stato un "mostro" bisognava
dare la caccia al "mostro", non lasciar friggere sul banco
degli imputati un innocente. Nel segreto di una lunga camera di consiglio
durata nove ore, la Corte d'assise d'appello si pronunciò per
l'assoluzione piena. L'imputato era completamente estraneo ai fatti:
"tutto il preteso valore indiziario della circostanza si riduce
all'espressione aritmetica delle zero". Prima che il presidente
Corradini finisse di leggere la sentenza, l'avvocato Mario Zarrelli
era già in lacrime e si stringeva alla moglie in un lungo abbraccio.
Piangeva anche Vittorio, l'altro fratello, cardiologo. E intanto l'avvocato
Mario aggiungeva: "Nonostante tutto quello che è accaduto
in questo processo, ho sempre avuto fiducia nella giustizia. Contrariamente
a quello che si afferma, posso dire che la giustizia in Italia esiste
ancora ed è possibile ottenerla attraverso i vari gradi di giudizio...".
Insomma, una gran festa, che sembrò oscurata dal ricorso del
procuratore generale in Cassazione. Ma la Suprema Corte stavolta non
solo rigettò il ricorso, ma addirittura sconfessò i giudici
inquirenti con quell'epitaffio: "A carico di Domenico Zarrelli
non esisteva alcun indizio e mai e poi mai una Corte avrebbe potuto
condannarlo". Caso chiuso dunque? Certo! Ma se da una parte i fratelli
Zarrelli presentavano alla giustizia il conto per il calvario patito,
chiedendo dieci miliardi di risarcimento danni, dall'altra entrava nei
"misteri d'Italia" un interrogativo:che nome, che faccia aveva,
perchè a Napoli fece quella strage l'impunito "mostro di
via Caravaggio"? (3-FINE)
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